Manosphere e opposizione al cambiamento.
Devo ringraziare un autore (Pietro Izzo) che su Substack, ha parlato di un documentario sulla Manosphere — in realtà il suo articolo è molto di più e ve lo consiglio. Diciamo che, tra le molte cose, c’era anche questo suggerimento. Sto vedendo su Netflix il documentario e, che dire… non riesco ancora a finirlo. Mi rimane indigesto.
Ho questo sentimento, ostinato forse, che alla fine muove ogni mia azione e la mia visione: la profonda, ottimistica convinzione che il proverbio “la madre degli stolti è sempre incinta” non sia poi così vero.
M’imbatto nel documentario. Nella stessa serata, ricevo un commento inadeguato nei modi e privo di sostanza. Il giorno dopo, mi viene spiegata una questione come se avessi difficoltà di comprensione del linguaggio. Oh, l’astrazione selettiva è dietro l’angolo eh, lo so.
Si tratta di una distorsione cognitiva (o filtro mentale) in cui una persona si concentra esclusivamente su un dettaglio specifico, solitamente negativo, di una situazione, ignorando il contesto generale e tutti gli elementi positivi o neutrali. Quindi, in qualche modo, ci ho messo del mio; ma io l’ho vissuto così e, dato che nessuno ha la verità, racconto in base al mio sentire.

La Manosphere (qui mi faccio aiutare un po’ da Google perché è un mondo che non conosco bene): il termine indica un vasto insieme di comunità online come forum, blog, social media e canali YouTube, accomunate da un focus sulla mascolinità e da una forte opposizione al femminismo. Si tratta di un ecosistema digitale variegato, che spazia dal miglioramento personale maschile a ideologie più radicali e controverse.
Mentre il mansplaining — questo già lo conoscevo come termine e mi sembra si sposi bene con la Manosphere — è un atteggiamento paternalistico: quando gli uomini si mettono a spiegare a una donna qualcosa di ovvio o in cui lei è esperta. Insomma, la lezioncina. “Vieni bambolina, sciocchina, bellina, t’indico la via”: roba che nemmeno mio padre, 81 anni, fa con mia madre.
E ok, ci teniamo anche questa. Anzi no. No perché innanzitutto — ecco, ora faccio io l’ovvia — non tutti gli uomini hanno questo comportamento. Anzi, ho avuto la fortuna di conoscere, nel virtuale e nel mondo reale, diversi uomini (a partire da mio marito) a cui non viene un comportamento tale banalmente perché non è previsto. Non è una cosa su cui ragionare: non è prevista. In ogni caso avviene, e l’ho subita.
Proviamo a riprendere il filo del discorso perché, a mio modesto parere, qui va tutto a braccetto. Abbiamo uomini che vogliono tornare in una posizione dominante e donne che provano ad esercitare l’autodeterminazione. Qualcuno potrebbe obiettare: “Ma anche gli uomini, aspirando al ritorno in ruoli rigidamente autodeterminati, si stanno autodeterminando”. Beh, cambiamo paradigma: indicatemi (e lo chiedo con umiltà) quando agli uomini è stato tolto questo diritto?
Dato che ho un dubbio, mi piacerebbe leggere i commenti educati degli uomini. Come accade per il conservatorismo in politica (se avete interesse ci ho scritto un pezzo, vi metto il link https://vistadaqui.com/2026/01/15/la-paura-del-nuovo-non-e-una-colpa-e-un-istinto/ ), forse la Manosphere è una chiusura difensiva.
Il nostro “cervello antico” è programmato per rispondere con automatismi di difesa di fronte a ciò che percepiamo come potenzialmente pericoloso. Per i nostri antenati il “noto” era sicurezza, il “nuovo” era l’insidia. Il cambio di paradigma dei ruoli potrebbe essere interpretato come una minaccia del ruolo stesso, che viene in qualche modo depauperato e non trova un nuovo posizionamento.
Il linguaggio, in questo, ne dà vari esempi; prendiamo la parola “mammo”. È una parola che non sopporto perché non dà dignità al meraviglioso, importante ruolo del padre. Perché si usa “mammo”? Perché svilisce chi decide di fare il padre nel senso più ricco e pieno del termine — che secondo me è l’unico possibile — e lo riporta a una dimensione comica.
Soddisfa sia gli uomini che hanno ancora un’idea di paternità da capofamiglia autoritario, lavoratore, che parla poco e indica la strada, sia rassicura le donne (sì, anche diverse donne) che c’è qualche “illuminato” che empatizza per loro. Non è cogenitorialità: è prendere le distanze da qualcosa di nuovo che ancora non è stato completamente integrato.
Forse la Manosphere non è altro che questo: una chiusura difensiva estrema.
Se per secoli il “noto” è stato un modello di mascolinità dominante, l’autodeterminazione femminile diventa il “nuovo” che scardina i rituali e i linguaggi acquisiti. Quando mancano gli strumenti psicologici per integrare questo cambiamento, ci si rifugia in un passato rassicurante, in una struttura rigida dove i ruoli sono chiari e, soprattutto, protetti.

Liquidare tutto come mera stoltezza sarebbe l’errore che l’astrazione selettiva mi spinge a fare. Se invece ci interrogassimo su quello che c’è dietro il mansplaining o l’aggressività digitale? Una difficoltà emozionale, ancora prima di ruolo. Se non sono quello per cui sono stato cresciuto, e a cui mi ha abituato la narrazione tutta, chi sono?
Comprendere le ragioni di chi si oppone a questo cambiamento non significa giustificarle, ma riconoscere che ogni resistenza porta con sé una domanda di sicurezza.
E allora, torno a chiedere: cosa temete vi venga sottratto se una donna acquisisce, finalmente, la piena gestione di sé?







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