Tra ricordi, percorsi ed esperienze giornaliere
È domenica, mi trovo in giardino dopo pranzo con un fresco calice di vino bianco. I fiori del ciliegio hanno lasciato spazio alle foglie, che lasceranno spazio ai frutti. Trasformazione. Ciclo.
Mio marito ha appena finito di montare un dondolo, mia figlia gioca con le bimbe del vicinato mangiando un gelato lì, davanti a me. Mio figlio legge. Stavamo ascoltando della musica, partono i The Doors, chiudo gli occhi: sono in metropolitana, ho 16 anni, un libro di Baudelaire tra le mani, lo smalto nero sulle unghie e la borsa pesante per il lettore CD; ascolto proprio quel brano. Le note scorrono via veloci, il ritmo si confonde con il rumore metallico delle frenate. La metro è piena, io sono nella mia solitudine.
Riapro gli occhi, grata. Sono circondata dalla vita, dalla vita che sono grata di aver avuto l’opportunità di costruire. Respiro l’aria di primavera. Stamani ho potuto sistemare, con loro, le camere dei miei figli. Le camere: hanno una stanza a testa, con oggetti a cui tengono, hanno il loro spazio e possono viverlo, decorarlo, respirarlo. Ho fatto una doccia calda stamani, ho lavato i capelli e ho avuto qualche minuto per prendermi cura della messa in piega. Che banalità, vero? Ne siamo certi, che si tratti di una banalità? Ho gustato buon cibo, ad una tavola ricca… ancora banalità?

I miei figli, l’ho sempre sostenuto, mi hanno insegnato ad avere pazienza. Ma non la pazienza come un comandamento, quanto piuttosto perché sono germogli: sono all’inizio del ciclo e richiedono attesa. A me l’hanno richiesta, a me che pazienza non ne ho mai avuta, che combatto con un’eterna dicotomia; hanno insegnato che nei luoghi si può stare, semplicemente, respirando. E poi mi hanno insegnato la gratitudine. Che materiale enorme è la gratitudine, e quanto facilmente lo abbandoniamo alle nostre spalle. Non ci riconosciamo il percorso, il ciclo, solo il risultato; ma è quel percorso per cui dovremmo essere grati, quello che ci ha portati lì. Alle nostre forze, alla nostra capacità di rendere frutti quei germogli che abbiamo incontrato.
La gratitudine in psicologia – sì, in psicologia ci si dà molto da fare per spiegare le cose- viene trattata, ultimamente, sempre più con una declinazione da mental coach. L’idea che i pensieri positivi attraggano (passivamente) positività, e la gratitudine in modo conseguente. Come un muscolo da sviluppare con un allenamento giornaliero: “Osserva quanto accade di buono in una tua giornata, appuntalo, allenati”. Sbagliato? No, non in assoluto. Conosco persone per le quali questo esercizio di consapevolezza è stato salvifico; per me, ad esempio, quando l’ho tentato ha rappresentato un doloroso confine. Senza saperlo stavo rimettendo in circolo schemi acquisiti in cui la gratitudine non era percorso, ma obbligo. Positività tossica: “Non piangere, pensa positivo, concentrati sul buono”.
E se non riesco? E se costringermi mi riportasse al dolore di dover sorridere quando riesci a malapena a respirare? E se quando mi metto sotto la doccia e sento scorrere l’acqua calda penso a chi – di acqua – non ne ha neanche da bere? E se il peso di quella consapevolezza mi schiaccia il petto? Non posso ambire alla gratitudine?
Ho rispetto per ogni professionalità e ogni pensiero, ma non possiamo ridurre le emozioni più profonde a una performance. La ragazza in metropolitana ha impiegato anni a riconoscere i limiti del proprio sentire, così da dargli giusto rispetto e spazio. Ha impiegato anni ad imparare a soffrire, come ad imparare a gioire. Se, oggi, quella ragazza avesse avuto accesso ai social e avesse incontrato nel proprio feed l’ennesima proposta semplificata, si sarebbe sentita giudicata da un perfetto sconosciuto. Si sarebbe attaccata addosso un’etichetta e un esercizio – che avrebbe dato esito positivo i primi tre giorni – poi sarebbe stato abbandonato, perché il vissuto non è una cosa che tieni a catena. E a quello si sarebbe aggiunto il dolore di non essere abbastanza.
Cosa stiamo dicendo a questi ragazzi? “DEVI essere grato”? Perché? Probabilmente, ci potrebbero rispondere così. La gratitudine non è solo un muscolo, come non lo è l’empatia: vanno accompagnati perché possano essere sviluppati. Non sono e non possono essere comandamenti.

Io, ad oggi, sono una persona grata, nonostante non sia stato tutto in discesa. Grata alle persone che ho incontrato, a quelle che incontrano i miei ragazzi, al mio compagno. Grata alle scelte che ho fatto afferrandomi, nonostante tutto, alla vita. Nel senso più ampio che potete dare a questo Golem di parola, che toglie il fiato solo a dirla a voce alta. Grata ai Crash Test Dummies con Mmm Mmm Mmm Mmm che ascolto mentre scrivo, proprio ora. Che ascoltavo ancora prima del tempo in metropolitana. E ancora prima ad una bambina che indossava un golfino azzurro, fatto a mano, con i bottoni a cuore, il giorno della festa del suo compleanno, che ballava un Jovanotti il quale cantava della sua moto e si lanciava in imbarazzanti similitudini con la sua ragazza.
Ecco, sì, lasciatevelo dire: la gratitudine va esercitata, ma non va vissuta come una performance. È una conseguenza della cura. Della relazione con noi stessi e, conseguentemente, della relazione con l’altro. La cura non è un facile percorso da 5 passi, né un bullet journal.
Curatevi senza censura. La gratitudine ne sarà un regalo conseguente.







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