En e Xanax

Lo stereotipo della malattia mentale e il trauma intergenerazionale

Negli ultimi giorni ho ascoltato spesso — fin troppo spesso — la canzone di Samuele Bersani, En e Xanax.

Continuavo a chiederla ad Alexa. La cercavo su YouTube, su Spotify. L’ho ascoltata in auto, durante le faccende quotidiane, mentre mi dedicavo alla lettura. Sempre con me. Alcuni passaggi continuavano a risuonarmi in testa, anche se non la stavo ascoltando:

“En e Xanax non si conoscevano / Prima di un comune attacco di panico”

E ancora:

“En e Xanax, si tranquillizzavano / Con le loro lingue al gusto di medicina amara”

E poi:

“Se non ti spaventerai con le mie paure / Un giorno che mi dirai le tue / Troveremo il modo di rimuoverle / In due si può lottare come dei giganti contro ogni dolore / E su di me puoi contare per una rivoluzione / Tu hai l’anima che io vorrei avere”

Conosco gli attacchi di panico e il sapore amaro delle medicine. L’ultimo passaggio, invece, apre a molte suggestioni. I rapporti con chi non se n’è andato quando avrebbe potuto dire “no, è troppo” si fondono con l’incontro in terapia, con me e le mie parti frammentate e con l’accettazione che “le colpe dei padri ricadono sui figli”.

Ma, aggiungo: la catena si può spezzare.

Le retrovie dell’anima

È stato un lungo e faticoso viaggio. Inciampi e polvere accumulata negli anni da togliere via. E, consapevolmente, ora posso dire che non termina. È un effetto domino, quello che ti permette di rimettere tutto in fila. Certo, parti dai sassi più grandi, ma poi l’effetto non si ferma.

Io chiamavo, in terapia, l’inconscio le “retrovie”. Perché l’inconscio è una cosa che lavora nel silenzio, quando meno te ne accorgi. E capita di trovarti all’improvviso tra le mani epifanie, immagini e nuove consapevolezze, mentre sei impegnata in altro e le mani corrono veloci. Magari su una tastiera, proprio come in questo momento.

Il paziente designato

Il trauma intergenerazionale è un argomento ampio, fragile e pervasivo per tutta la famiglia, a cui si collega la figura del paziente designato. Ma andiamo con ordine.

Il paziente designato — da un punto di vista sistemico relazionale — è rappresentato dal componente della famiglia che esplica il dolore che la famiglia stessa vive, ma non esternalizza. Ripenso a un libro che ho letto sul tema e ricordo varie storie, ma una me ne colpì. Figlio minore; non ricordo la corretta diagnosi che veniva documentata, in ogni caso si trovava in uno stato di violenta fragilità.

Una sorta di segreto di famiglia emerge e scorre all’interno delle relazioni avvelenandole. Questo ragazzo, attraverso il percorso della comunità familiare e personale, ha poi la possibilità di guarire. Ma l’incipit trova la sua casa nel peccato originale: un conflitto ereditato dai genitori.

Ecco. Il trauma intergenerazionale s’inserisce in questa dinamica non solo quando il conflitto è in corso ma, a volte, anche quando il dolore mai curato — seppur precedente nella famiglia — va a influenzare lo stato di equilibrio della famiglia stessa e, conseguentemente, dell’individuo.

Lo stigma e il coraggio della resa

Si tratta di un convitato di pietra la cui presenza è ingombrante e dolorosa. “Il Re è nudo”, urlava il bimbo della famosa favola. Il paziente designato fa lo stesso: urla il dolore di tutti, rendendosi portatore di un’opportunità di guarigione che può, potenzialmente, essere salvifica per ogni componente della famiglia.

Ma, in genere, il paziente designato è colui che porta lo stigma. E forse è questa una delle cose più difficili da accettare. La malattia fisica viene accolta, compresa, addirittura in certe narrazioni valorizzata, sacralizzata, eretta al più alto sacrificio. Va considerata la radice culturale cristiano-cattolica che qui dà un grande aiuto e di cui anche gli atei — come sostiene Galimberti — sono figli, perché è intrecciata alla nostra cultura.

Invece, nel caso della malattia mentale, viene taciuta e nascosta. È portatrice di vergogna e, per l’appunto, stigma. Certo: passi enormi nel tempo sono stati fatti, ma non è un argomento ancora accettato in maniera trasversale. Viene raccontato ancora troppo spesso come qualcosa “lontano da noi”, anche quando vive nelle mura che ci hanno cresciuti o che viviamo.

Perché è complesso, doloroso e richiede una quantità di energie — economiche, fisiche, mentali — che non tutti hanno l’opportunità di affrontare. E poi richiede un grande coraggio. Mettersi lì a scrostare i muri, tanto da arrivare al primo strato di calce, fa paura. E a volte la paura è più forte del dolore. Non c’è intento dolosamente consapevole: è una paresi di fronte a qualcosa che avvertiamo come minaccia.

Per questo io parlo del mio vissuto, anche se ho impiegato anni a farlo. Perché non si dica più a una persona in sofferenza: “Dai su che ci vuole, reagisci”. Perché non si neghi più una diagnosi a un bambino o a un ragazzo, costringendolo di fatto — nella migliore delle ipotesi — ad affrontare tutto in età adulta. Magari solo.

Perché il dolore, anche quello che non appartiene al singolo ma che ha ereditato, non sia vissuto come una guerra costante. Perché si possa auspicare una resa che riconcili quelle note stonate.

Una melodia che ci permetta di parlare prima che sia troppo tardi. Prima che quei non detti diventino un’altra gabbia.

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