Di racconti distopici e femminicidi.

Quando un programma TV ti fa tremare perché racconta la realtà.

Sto guardando “Il racconto dell’ancella” (The Handmaid’s Tale). Riguardando, in realtà. L’ultima stagione è uscita da poco e sentivo di non ricordare bene lo svolgimento della trama, quindi mi ritaglio del tempo per rivederlo.

Se preferisci ascoltare questa riflessione, trovi l’episodio audio qui sotto:

Salto passaggi interi, salto scene, velocizzo. Non per noia, non per ottimizzare, ma perché fa male. Il programma è un gioiello di fotografia, ha interpreti eccezionali, ma appena riconosco alcuni passaggi – i quali evidentemente mi avevano scavato dentro già prima – li salto. Non voglio provare nuovamente quello smarrimento, quella minaccia al mio illusorio mondo perfetto.

Ieri lo guardavo. La protagonista pensa questo:

“Gli uomini hanno paura che le donne ridano di loro. Le donne hanno paura che gli uomini le uccidano.” (Stagione 2, episodio 8).

Poche scene prima, una donna era stata picchiata con una cinta dal marito. Non mi soffermerò sulla trama, sia per rispetto a chi vorrà vederlo, sia perché non è questo il punto del mio sentire. Smarrimento: questo provo. E sgomento, e confusione. Perché guardo quelle e altre strazianti scene seduta al tavolo, mentre mio marito sta preparando la pizza per la serata. Perché lo guardo mentre so di vivere una relazione in cui la sopraffazione non è nemmeno prevista, né verbale né di altro tipo. Perché vivo in una relazione d’amore, non di dominio.

Eppure, questa è solo la mia realtà. Guardo mia figlia di dieci anni e mi chiedo cosa potrà essere un domani la sua vita. Penso alle donne afghane, a cui tutti abbiamo pensato quando gli americani hanno lasciato nuovamente il potere ai talebani, ma per cui ora non c’è spazio in TV. Penso alle donne iraniane, alle ragazzine infibulate, alle vittime di stupro, di molestia, alle donne vittime di violenza domestica, ai femminicidi.

Dobbiamo smettere di leggere la violenza maschile solo come un’esplosione di istinto o di piacere sessuale: la psicologia clinica ci insegna che si tratta, spesso, prima di tutto, di una questione di dominio. Lo stupro – parola odiosa anche solo a scriverla – viene spesso legato al desiderio, spogliandolo del connotato di sottomissione dell’altro che invece gli studi più recenti rendono centrale. Ma, al netto della letteratura scientifica, permettetemi un ragionamento; non esitate a contraddirmi, ma provate in ogni caso a seguirmi.

Il mito del ratto delle Sabine resta, nell’immaginario collettivo, l’archetipo di una verità brutale che conosciamo tutti. Perché questo evento ha lasciato una traccia così profonda, mentre tendiamo a dimenticare i dettagli di grandi manovre belliche come la campagna napoleonica in Russia? Forse perché, se in Russia l’esercito è stato sconfitto da eventi naturali come il freddo, nel ratto delle Sabine ci viene raccontato come il dominio sulla terra e sul popolo invaso passi, inevitabilmente, attraverso il corpo femminile. Domino la tua donna, stupro la tua donna, ingravido la tua donna, possiedo la tua donna. Il corpo femminile non è più persona, ma territorio di conquista, scambio e commercio. Non è tanto l’atto in sé a essere centrale, quanto il potere predatorio che esso rappresenta.

Confrontandomi con tante donne, mi sono spesso trovata a condividere la stessa educazione al “fiutare l’aria”. Si diventa in grado di capire, fin da giovanissime, le intenzioni, i sottintesi e, non ultimi, i pericoli. Eppure, quante volte lo sento dire, come se fosse una colpa: “A ballare andate”, “La sera da sole uscite”, “Vi vestite in modo provocante”. Voi, voi, voi donne. Noi, noi, sempre noi donne. Siamo territorio di conquista e capro espiatorio della colpa altrui. Siamo affascinanti quando curate, seduttive, accudenti o materne; sciocchine se aggrada, sappiamo interpretare ogni ruolo, ma devono essere ruoli richiesti da chi controlla. Perché se seduci conosci le conseguenze, se diventi indipendente puoi scatenare ira, se rispondi sei eversiva.

Ora, in Italia, anno domini 2026.

Come accade in molti luoghi di cui troppo spesso ci dimentichiamo, dei quali un Dio sembrerebbe non avere contezza della sua stessa creazione.

A molti uomini dà fastidio la parola patriarcato, la trovano un’esagerazione. Allora, dato che a questi stessi uomini piace parlare di dati, affrontiamo la questione con i numeri. Io sono privilegiata, statisticamente parlando, e questo ci deve atterrire.

I dati più recenti disegnano un quadro che dovrebbe scuoterci: quasi una donna su cinque (circa il 18%) non possiede ancora un conto corrente personale. Secondo l’Istat (novembre 2025), tra le donne che subiscono violenza economica, oltre la metà (53,6%) non dispone di alcun reddito personale. Inoltre, le donne rappresentano una quota drammaticamente rilevante dei lavoratori poveri: siamo la stragrande maggioranza in quei settori occupati da basse retribuzioni. Quasi il 18% delle donne percepisce una paga misera, contro una percentuale che non raggiunge il 6% tra gli uomini. Nell’anno 2025 si sono registrati 97 femminicidi e, di questi, circa l’87% dei casi è avvenuto in ambito familiare o affettivo.

Le donne hanno paura che gli uomini le uccidano, magari perché hanno riso di loro, perché si sono permesse di creare uno spazio di autodeterminazione. Perché se le donne decidono di essere anziché apparire nel ruolo concessogli, escono dal dominio. Che lo accettino innanzitutto gli uomini, invischiati a loro volta in un’educazione ad una mascolinità tossica che li vuole performanti e mai deboli, come la Manosphere insegna. Che lo accetti un conservatorismo che non è rispetto di una tradizione, ma chiusura ermetica al cambiamento; che cela, dietro la rigidità cognitiva, tratti misogini. Che lo si accetti insieme, e lo si ricordi ogni giorno, non solo il 25 novembre.

Difatti, questo articolo viene scritto in data 28 aprile 2026. Le cronache e le analisi sociali di questoaprile ci pongono davanti a questi scenari:

  • Una donna è stata uccisa dal compagno, rea di aver scelto di trasferirsi in una nuova città per la sua carriera, ponendo così termine alla relazione.
  • Una sentenza di aprile 2026 sulla violenza economica estrema: un marito ha segregato e violato psicologicamente la propria moglie negandole l’accesso al denaro, costringendola a chiedere i soldi per gli assorbenti o il latte per i figli.
  • Alcune frange della Manosphere, e i loro rappresentanti italiani in particolare, stanno chiedendo a gran voce tramite i social il ritorno alle “TradWives”, le mogli tradizionali, esaltando la totale sottomissione della donna all’uomo come unica via per la serenità familiare.

Gilead non è un luogo. È una struttura di pensiero.


Note e approfondimenti

  1. Cos’è Gilead Gilead è la società distopica e teocratica in cui è ambientato Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood. In questo regime, a causa di un crollo della fertilità mondiale, le poche donne ancora fertili vengono trasformate in “Ancelle”: proprietà dello Stato, private di ogni diritto e utilizzate esclusivamente come contenitori per la riproduzione a favore dell’élite al potere.
  2. Fonti dei dati citati
  • Violenza economica e reddito: Istat, Report “Le vittime di violenza nelle strutture ospedaliere e nei centri antiviolenza”, novembre 2025.
  • Indipendenza finanziaria: Indagine Terzo Millennio UIL e dati Global Findex Database (Banca Mondiale).
  • Lavoro e retribuzione: Dati Eurostat e Istat 2025 sulla povertà lavorativa (working poor) e il Gender Pay Gap.
  • Femminicidi 2025: Dati Ministero dell’Interno – Dipartimento della Pubblica Sicurezza.
  1. La Rigidità Cognitiva In psicologia, è l’incapacità di adattare il proprio pensiero al variare delle situazioni. Di fronte ai cambiamenti sociali, chi presenta un’alta rigidità cognitiva tende a rifugiarsi in schemi del passato, percependo l’evoluzione dei ruoli come una minaccia personale.
  2. Approfondimento: La violenza come dominio Per approfondire il concetto di violenza sessuale non come impulso biologico ma come atto di potere, si consiglia la lettura dei lavori dello psicologo clinico A. Nicholas Groth, in particolare il suo studio fondamentale che definisce lo stupro come un atto volto a esprimere rabbia e controllo, più che desiderio.
  3.  Casi di cronaca citati I riferimenti ai fatti di aprile 2026 (il femminicidio legato alla carriera e la sentenza sulla violenza economica) sono tratti dalle principali testate giornalistiche nazionali (es. Ansa, Repubblica, Il Sole 24 Ore). La sentenza sulla violenza economica, in particolare, riprende l’orientamento della Cassazione riguardo al reato di maltrattamenti in famiglia espresso nel mese corrente.

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