Tra cosplayer, K-pop e riflessioni sulla giusta distanza: perché abbiamo ancora bisogno di incontrarci (davvero).
Sabato scorso siamo stati al Romics: si tratta di una fiera del fumetto che si tiene alla Fiera di Roma. Una delle passioni in comune con mio marito sono gli anime – animazione giapponese – e i manga, quindi tornarci è stato un po’ una magia.
Tornarci perché da quando è nato il nostro primo figlio abbiamo rinunciato ad ogni fiera. I primi anni, conoscendone il frastuono e il caos, evitavamo per scelta. Dopo, scoperta la sua neurodivergenza e la sua sensibilità sensoriale, abbiamo evitato perché sottoporlo ad una sovrastimolazione di quel tipo sarebbe stata una tortura. Non ci è pesato, ci è mancato, è diverso.
Ci mancava l’aria che si respira nelle fiere, il senso di festa, di aggregazione, la gioia quasi fanciullesca quando incontri un ¹cosplayer urlando: “Fermati, sei fantastico, facciamoci una foto!”. I cosplay sono più che una maschera di carnevale; certo, all’atto pratico ci si veste – lo feci anch’io – come un personaggio di manga, anime, videogame, finanche serie TV o film, ma non è solo la maschera che porti: indossi e mostri il processo. Si sceglie un personaggio; i cosplayer maggiori dedicano un anno intero alla costruzione delle armi, alcuni cuciono loro stessi i vestiti, e anche chi semplicemente lo acquista o lo assembla (perché come fu per me erano vestiti che potevo recuperare in negozio) ha comunque impiegato una quantità di energia notevole per sentirsi parte di un gruppo appassionato, condividere un’emozione, fare festa anche solo scambiandosi un sorriso divertito.

Quindi, è trascorsa così la giornata, ad osservare la meraviglia dei miei figli che hanno avuto occasione, durante un firmacopie, di incontrare ognuno il suo autore preferito. La gioia nel vederli capaci di esprimere quando la folla o i rumori erano troppo – hanno entrambi delle sensibilità rispetto a questo – e trovarli tanto grandi da saper trovare un equilibrio tra godersi la magia e saper tenere in pausa quando era troppo faticoso è stato emozionante. Il fascino dei gadget, mille tipi di gadget, e vederli districarsi nella scelta di cosa acquistare, che non è stata facile nemmeno per me. Stringere la mano di mio marito e sentirsi ancora, non solo lì fisicamente, ma sentirsi ancora come quando cominciammo a scoprire che “Ehi, anche tu leggi manga?” e così, a chiacchierare. Una bella giornata, che mi ha fatto riflettere su due questioni.
Ho la sensazione che i miei flussi di pensiero si muovano in direzioni precise, almeno così diventano quando mi metto davanti alla tastiera, e in questa fase della mia vita sono grata all’opportunità di questo luogo che mi permette di condividerle.
Innanzitutto non potevo non pensare al bisogno di gregarietà di cui ho parlato in questo articolo [https://substack.com/@vistadaqui/note/p-193068034?r=79hy87&utm_source=notes-share-action&utm_medium=web], e che fu una considerazione amara. Ecco, sabato ho soddisfatto quel bisogno e ancora di più ne ho capito l’urgenza. Ho parlato con perfetti sconosciuti che non incontrerò mai più, probabilmente, ma per qualche minuto ci siamo scambiati qualcosa, abbiamo condiviso qualcosa che odorava di pelle, sudore, cibo, risate ed esclamazioni divertite. Quindi, sì, lo confermo: abbiamo bisogno di tornare ad incontrarci. E confermo anche il paradosso: lo scrivo su internet. Ma perché non prevedere una giusta distanza in questa fruizione? La giusta distanza in psicologia ti permette di sentire il calore dell’altro senza ferirti: il “Porcospino” di Schopenhauer.
Quindi, credo, non dobbiamo rinunciare alla rete – con un tocco di cinismo direi che questa libertà, per come la rete ad oggi è strutturata, nemmeno ce la possiamo più permettere – ma scegliere di non dimenticare di coltivare la relazione oltre la rete. E nella rete coltivare solo le relazioni che ci portano un valore aggiunto, tutelandoci da chi vuole solo ferirci. Un’altra considerazione che ho avuto modo di fare ha riguardato gli stereotipi e il K-pop, o meglio chi lo balla.
Mia figlia danza da anni, nell’ultimo periodo ha inserito anche uno stile che si chiama Urban. Io ne capisco molto poco, ma lei, quando ha saputo di un’esibizione di crew a ritmo K-pop, mi ha chiesto di vederla; ci siamo quindi divisi dal babbo e dal fratello e abbiamo visto queste coreografie. Mi ha meravigliata essere riuscita a capirci qualcosa; non che abbia le competenze per giudicare, ma a forza di gare svolte dalla mia bambina un minimo di occhio me lo sono fatto anch’io e alcune crew erano veramente forti. Ma, soprattutto, erano variegate.

C’erano ragazzi e ragazze sul palco insieme, che interpretavano – sul video wall dietro loro andavano le clip delle canzoni originali – le loro icone serenamente con le gonne, anche chi, nella vita di tutti i giorni, se s’infila una gonna verrebbe additato. Le etnie non si contavano, una varietà di fisicità decisamente sopra la media. Insomma, un caleidoscopio di unicità, creatività ed energia.
Un assolo di una ragazza mi ha colpita. Non aveva il corpo che ti aspetti da una ballerina – perché, signori, ammettiamolo: abbiamo tutti un’idea di come deve essere il corpo di una ballerina. Si tratta di un bias, una scorciatoia cognitiva; non siamo crudeli, solo elaboriamo velocemente e altrettanto velocemente il nostro cervello richiama un’immagine. Beh, almeno io non ho problemi ad ammettere che funziona così, e così sviluppiamo gli stereotipi. Sono, appunto e semplificando, idee veloci che abbiamo su una persona o un gruppo di persone. Possono essere rafforzati – la politica spesso gioca con questo materiale fin troppo infiammabile sbagliando – o modificati attraverso un intervento di ricostruzione, sempre semplificando, di come vediamo la realtà. E quel processo di ricostruzione non può avvenire se non viene vissuto. Proprio come è accaduto a me ieri.
In altre occasioni mi sono interrogata se le mie azioni, unite alle parole, sarebbero bastate ai miei ragazzi. Se quelle di mio marito sarebbero state sufficienti. Poi mi sono ricordata di una grande fortuna che ho avuto: ho incontrato molte figure negli anni che sono state parte integrante della vita dei miei ragazzi e hanno contribuito, contribuiscono, alla loro crescita emotiva ed affettiva. Dalle maestre del nido famiglia¹, scelto con attenzione perché desideravo un ambiente familiare, alle terapiste di mio figlio che per anni hanno sostenuto lui e tutti noi. Passando da amiche che sono zie per loro e Maestri, la maiuscola è voluta, nella scuola come nello sport. Medici la cui umanità, oltre il camice, gli ha permesso di costruire la fiducia con i ruoli sanitari, e potrei continuare. Ed ecco la comunità educante: un insieme d’individui, esperienze, attività e luoghi che concorrono giornalmente alla crescita dei miei ragazzi. Siamo stati fortunati – e su quanto sia amara la parola fortunati in questo caso magari ci dedicherò un pezzo – ma lo siamo stati, e ne sono grata.

Il bisogno gregario dei miei ragazzi cerco di soddisfarlo ogni volta che posso, perché ci porta al contatto con l’altro, al suo riconoscimento, costringendoci ad uscire da uno stereotipo, un’idea di realtà. Ieri ho conosciuto non solo dei bravi ballerini e goduto delle loro esibizioni: ho conosciuto una cultura giovanile da cui ero totalmente estranea e la prossima volta che penserò ad una ballerina avrò in mente una seconda scelta.
Sono stata felice di questa opportunità per me, per mia figlia.
¹ Cosplayer: Termine nato dall’unione delle parole inglesi costume (costume) e player (attore/giocatore). Indica chi si traveste per interpretare un personaggio specifico tratto dal mondo dei fumetti, film o videogiochi, curandone spesso anche il trucco e gli accessori in modo molto dettagliato.
² Nido famiglia: Un servizio educativo domiciliare (noto anche come Tagesmutter o “mamma di giorno”) che accoglie un piccolo numero di bambini (massimo 5-6) in un contesto domestico. Si differenzia dal nido tradizionale per l’ambiente intimo e la personalizzazione del percorso educativo, volto a ricreare un clima familiare e protetto.







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