Perché ci riconosciamo sempre nello zodiaco?
Avrò avuto all’incirca dieci anni; deve essersi trattato della gita di fine quinta elementare. Certamente era il primo viaggio da sola, fuori casa per due notti. Per certi aspetti, il primo taglio del cordone ombelicale. Con me portai una macchinetta fotografica usa e getta — oggetto che pensavo ormai relegato alla cassapanca delle memorie e che invece ho scoperto con sorpresa essere ancora acquistabile, avendone dotato mio figlio e tutta la sua classe per la gita a Torino. C’è uno stimolo all’attenzione nell’usare la macchinetta analogica: sai che ogni scatto sarà unico, dovrai ragionarci, guardare bene la realtà e decidere da quale angolazione leggerla.
Durante questo viaggio sperimento, tra le altre cose, la gestione di piccole spese. Provo per la prima volta la piscina di palline in un parco giochi — sono abbastanza “vecchia” da non aver vissuto questo tipo di attività ad ogni sacrosanta festa a cui venivo invitata, le quali in genere si svolgevano tra una sala da pranzo e una cameretta — chiamo a casa da una cabina telefonica e acquisto il souvenir. Non decido per un oggetto che parlasse del luogo, ma per un gadget che speravo potesse far sorridere la mia famiglia d’origine. Noi siamo in quattro, ma la casualità vuole che due di noi condividano lo stesso segno zodiacale. Acquisto quindi tre quadretti con Lupo Alberto, il segno zodiacale e la spiegazione delle caratteristiche di ogni segno. Ricordo perfettamente la sensazione: “Calzante”, mi dicevo. No, non è vero: a dieci anni avrò pensato “Cacchio, questa è proprio mia madre!”. In ogni caso li acquistai convinta che quelle brevi descrizioni fossero più efficaci di qualunque parola per definire le nostre personalità. Sintetiche, giuste, centrate. Questi quadretti hanno fatto bella mostra nella camera che condividevo con mia sorella per anni; probabilmente un giorno spunteranno da qualche scatolone. Facevano sintesi. Negli anni l’astrologia non mi ha mai incuriosita — avevo un’amica che ne era completamente affascinata, quindi quel poco che ne conosco proviene dalle conversazioni con lei — ma, data la longevità degli oroscopi, evidentemente non era l’unica a cercare risposte in quelle righe.

Effetto Forer e il bisogno dell’oroscopo.
Nel 1948 il professor Forer, psicologo, decide di testare la validità delle procedure diagnostiche volendo dimostrare un’intuizione: è convinto che offrire a una persona una descrizione di “com’è” implichi che la persona vi si riconosca sempre, conducendo il soggetto e il terapeuta a bias (scorciatoie mentali) interpretativi. Insomma, sottoponi il test, metti l’etichetta, categorizzi, gioco fatto.
Per dimostrare la sua intuizione sottopose a un gruppo di studenti il Diagnostic Interest Blank, a cui sarebbe seguita una valutazione qualitativa. Trascorsa una settimana, restituì un quadro di personalità a ciascuno studente chiedendo riservatezza sul risultato. Per sua, e nostra fortuna, gli studenti mantennero il riserbo, in quanto le valutazioni erano tutte identiche. Forer chiese poi di valutare con un punteggio, da 0 a 5, il senso di riconoscimento nella descrizione fornita. Il risultato fu una media di 4,26.
Forer aveva dimostrato la sua intuizione: quegli strumenti che credevamo infallibili poggiavano spesso su basi fragili. Il punto cruciale è che l’individuo tende a dare validità a una descrizione non perché questa sia scientificamente corretta, ma perché si sente compreso da frasi così generiche da poter adattare a quasi ogni vissuto.

Credere di aver centrato il punto sulla base di quanto una persona si riconosca nel nostro profilo è un abbaglio, perché presuppone che il paziente sia in grado di autovalutarsi con assoluta obiettività. In realtà, l’esperimento ci suggerisce una dinamica interessante: se analizziamo una singola frase, la nostra capacità critica resta accesa e siamo più propensi a metterla in discussione. Ma quando ci viene consegnato un ‘pacchetto’ completo sulla nostra personalità, la nostra barriera difensiva cade: ci lasciamo avvolgere dal quadro d’insieme e finiamo per accettarlo come la verità assoluta su noi stessi.
Io, con le etichette, non vado per nulla d’accordo. Ho un figlio primogenito che l’etichetta diagnostica ce l’ha, e abbiamo da poco scoperto che finirà con un’etichetta anche la secondogenita. Quando quella che era solo una sensazione genitoriale si è trasformata in una possibilità concreta, abbiamo deciso con la dottoressa a cui ci siamo affidati di procrastinarla — è possibile farlo in questo caso — perché il rischio di legarla con un nodo stretto a un’idea che lei stessa avrebbe di sé è troppo alto.
Quindi giochiamo pure con l’oroscopo, divertiamoci ad immaginare che il futuro sia scritto tra le stelle e coccoliamoci con la convinzione che le cose andranno in un determinato modo, che noi lo vogliamo o no. Abbiamo bisogno tutti, a volte, di allentare la presa e “deresponsabilizzarci”, ma che lo si faccia in modo responsabile.







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