Statisticamente fortunati.

Cronaca di una crisi e di come l’integrazione, in Italia, sia ancora una lotteria affidata alla buona volontà dei singoli.

Mio figlio aveva otto anni, era al terzo anno di piscina. Io non ho idea se il suo segno sia di acqua, in realtà nemmeno lo ricordo con precisione, ma certamente nel liquido amniotico deve essersi trovato bene. Ha sempre avuto un bellissimo rapporto con l’acqua, fin dai primi bagnetti. Era un rito piacevole per entrambi, con il tempo è diventato sport. Ha come comorbilità [1] la disprassia [2]; no, non vi preoccupate se non conoscete il termine, non avete idea di quanti ne abbia dovuto imparare io dalle prime diagnosi “sporche”, quelle piene di parole che ancora non etichettavano perché a tre anni il quadro era confuso.

Ad ogni modo la disprassia, in acqua, come lui poi con gli anni è riuscito a spiegarmi, sparisce. I movimenti diventano fluidi, il suo cervello si stanca meno, tutto diventa più semplice. E la piscina è stata anche una palestra relazionale e di autonomia. Ora mio figlio va da solo, si fa le sue cose, mi raggiunge all’esterno quando ha terminato. Data la sua condizione è una conquista fattibile, pur rimanendo faticosa. È nello spettro autistico — magari una volta ci farò un articolo — con livello 1 di supporto [3]. Insomma, noi al netto di diagnosi e comorbilità abbiamo l’opportunità di guardare al futuro e di costruirlo. Sono grata per questo.

Ad ogni modo aveva otto anni, era il terzo anno di quell’attività che mi portava via ogni briciolo di energia in quegli spogliatoi caldi, la sua stanchezza, la secondogenita da gestire con i suoi impegni; ma stavo sempre lì, alla vetrata, ad osservare. Sapevo che poteva affaticarsi, andare in meltdown [4], diventare complicato da gestire per quanto ormai lo conoscessero tutti. Stavo lì temendo un momento che arrivò. Lui non è mai stato violento con altri bambini — può capitare che lo sia qualunque bambino, intendiamoci — ma io questo timore lo avevo perché non era un comportamento noto e non sapevo cosa avrebbe potuto fare, e accadde. Colpì un altro bambino in testa, un pugno alla Bud Spencer e Terence Hill, una roba che accadeva nei film che ho visto decine di volte, così assurda che per una frazione di secondo mi venne da ridere. Ma non c’era nulla da ridere.

Mio figlio aveva colpito un bambino, l’altro piangeva, lui come al solito era andato in crisi e lì dentro non avevano le competenze specifiche per supportarlo. Ricordo il panico. Avrei voluto trascinarlo via, così com’era, stringerlo, contenerlo, escludere il mondo che ero certa non avrebbe capito. Corsi all’ingresso dell’area piscina e mi feci vedere dal maestro che si affacciò; era nuovo, mio figlio lo conosceva poco e io conoscevo poco lui, farfugliai qualcosa. Spiegai che forse c’era bisogno del mio intervento, che il capo vasca lo conosceva e se potevo parlare con lui. Chiesi scusa. Chiesi scusa per la sua diagnosi, come se fosse una colpa. Ero confusa. Lui mi guardò e sentenziò: “Ah lui — non aveva diritto al nome in quel momento evidentemente — sì vabbè, siamo abituati a ragazzini come lui che fanno così”. Rimasi sospesa: che intendeva dire quella persona? Lui era cosa? Un comportamento? O, peggio, la sua diagnosi?

Mio figlio fu tranquillizzato dal maestro che lo conosceva già da tre anni e sapeva che quell’evento era isolato, io da una maestra che ci conosceva e mi vide stravolta. Dovevamo fare una gran pena entrambi. Mi chiesero di lasciarlo in vasca, potevo continuare a guardare ma ci avrebbero pensato loro, e così fecero. I bambini fecero pace, ricominciò la lezione, il tempo scorreva, io tremavo. Mi avvicinò una mamma, esordì con un secco: “Conosco mio figlio, sicuramente se l’è cercata”. Sobbalzai, capii che era la mamma del bambino che mio figlio aveva colpito. Ero senza fiato, continuavo a chiedere scusa, ero tremendamente dispiaciuta. Il caso volle che si trattasse di una delle psicologhe responsabili del centro in cui mio figlio faceva le terapie; lo conosceva di vista anche se non seguiva il suo progetto in modo diretto. Ci ritrovammo con me che piangevo e lei che mi tranquillizzava, mi ricordava che tra bambini accade, che a quell’età hanno difficoltà a gestire le emozioni. Vide ogni singolo granello della mia sofferenza, della mia paura, ebbe cura di me.

Il totale è più della somma delle parti [5]. Non si tratta del maestro incapace e della fortunata coincidenza della mamma. Si tratta di conoscenza. Dell’età dello sviluppo del bambino, delle competenze effettive che il bambino può avere acquisito in una determinata fascia, dello stigma. Specialmente dello stigma. Io, quando mio figlio era più piccolo, l’ho sempre presentato accompagnato dalla diagnosi in ambienti in cui si sarebbe dovuto muovere guidato da altri adulti, perché devi dare strumenti. Ti spiego chi è e qual è il funzionamento, non perché tu legga tutto attraverso quella lente, ma perché la lente ti permetta di capire — banalizzo con una questione che abbiamo effettivamente affrontato — perché mio figlio fin dal primo anno di nuoto ha indossato gli occhialetti diversamente dagli altri bambini. E questo ha dato l’opportunità al suo primo maestro di spiegarlo agli altri bambini. E non sono nate gelosie, ma consapevolezze e collaborazioni. Ma siamo stati fortunati a vedere tutto così ben integrato.

Fortunati con insegnanti di sostegno di ruolo per tutta la primaria, e ora nella secondaria di primo grado. Fortunati a trovare un centro ed un’equipe meravigliosa sotto ogni aspetto. Fortunati con le maestre e ora con i professori. Fortunati nelle famiglie che abbiamo incrociato. Fortunati negli ambienti. Fortunati perché io nel frattempo ho l’opportunità di studiare, comprendere, interrogarmi e crescere con loro e per loro. Ma io sono — so di averlo già detto in un altro articolo ma calza nuovamente a pennello — statisticamente fortunata. Lo siamo come famiglia. Ne conosco tantissime che hanno incontrato docenti che hanno avuto la reazione del maestro di nuoto. Che si sono fermati alla diagnosi — che serve ai clinici e a sbloccare i diritti, certo, ma che troppo spesso serve più a loro che a noi — usandola come stigma. Per escludere, evitare di lavorare su obiettivi centrati e realizzabili per il ragazzo, sprecando l’opportunità di dialogo e crescita per chi l’incontra, semplicemente lasciati soli. Io sono statisticamente fortunata. Noi lo siamo, come famiglia. Questo dovrebbe indignare la società tutta, ma non c’è verità più vera nell’asserire che ci scuote più quanto abbiamo vicino che quanto ci è distante, e lo trovo anche sensato. Quello che conosciamo, che ci affatica, che ci addolora o ci ha addolorato, risuonerà sempre maggiormente in noi.

Per questo lo Stato se ne dovrebbe fare carico.

I dati li trovate qui. Non li commenterò, so bene di scrivere su un social per un social, che hanno una struttura rapida e richiedono una lettura veloce ma da madre di ragazzo che ha voce vorrei che leggeste i dati secchi e senza anima di chi voce tanto spesso non la ha. Di chi è stato statisticamente sfortunato agli occhi dei più, e dimenticato troppo spesso dallo Stato e lasciato al solo carico dei caregiver [6].

Continuità Didattica e Insegnanti di Sostegno

  • 60% circa degli alunni con disabilità cambia insegnante di sostegno da un anno all’altro. (Fonte: ISTAT, Report “L’inclusione scolastica degli alunni con disabilità”, 2024/2025).
  • 9% circa degli alunni con disabilità cambia insegnante nel corso dello stesso anno scolastico. (Fonte: ISTAT, Report “L’inclusione scolastica degli alunni con disabilità”, 2024/2025).
  • 32% dei posti di sostegno sono coperti da insegnanti senza una specializzazione specifica per la disabilità, assunti tramite deroghe. (Fonte: Focus Ministero dell’Istruzione e del Merito, dati 2024).

Caregiver di Minori e Genere

  • 74% dei caregiver familiari in Italia sono donne. (Fonte: Ministero della Salute / Report ISS “Il Caregiving familiare in Italia”, 2025).
  • Circa 1 milione è la stima delle persone che si prendono cura di minori con disabilità o gravi patologie croniche in ambito familiare. (Fonte: Elaborazione su dati ISTAT/Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, 2025).
  • 61% dei caregiver dichiara di non poter usufruire di un supporto esterno adeguato nella gestione quotidiana del minore. (Fonte: Rapporto Annuale ISTAT, 2025).

Abbandono del Lavoro per Cura (Disabilità)

  • 18,5% delle donne tra i 25 e i 54 anni risulta inattiva per motivi di cura di un familiare disabile o non autosufficiente (contro il 2,8% degli uomini). (Fonte: Eurostat, Gender Equality Index / Focus Italia 2025).
  • Oltre il 50% delle madri di figli con disabilità grave riduce l’orario di lavoro (part-time verticale o orizzontale) o richiede periodi di aspettativa prolungata dopo la nascita del figlio. (Fonte: Report Associazione Nazionale Caregiver / ISTAT, 2024).
  • 6,4% delle donne caregiver ha dovuto abbandonare definitivamente l’attività lavorativa a seguito dell’aggravarsi delle condizioni di salute del minore assistito. (Fonte: INPS, Monitoraggio congedi e tutele disabilità, 2025).

Dispersione Scolastica e Disabilità

  • 13,1% è il tasso di abbandono scolastico precoce (ELET) per i giovani con limitazioni funzionali, rispetto al 9,4% della media nazionale. (Fonte: Eurostat / ISTAT, Rapporto SDGs, 2025).
  • 15% circa è la stima della “dispersione implicita” (alunni che terminano il ciclo ma con scarse competenze) tra i ragazzi con disabilità o BES. (Fonte: Rapporto INVALSI 2025 / Osservatorio Nazionale Disabilità).
  • 38,5% delle scuole italiane presenta barriere fisiche o sensoriali che limitano la piena partecipazione, favorendo indirettamente l’isolamento o l’allontanamento dal percorso formativo. (Fonte: ISTAT, Report “Inclusione scolastica”, 2024).

Glossario Tecnico

[1] Comorbilità: Termine clinico che indica la presenza contemporanea di due o più disturbi o patologie in una stessa persona. Queste condizioni non sono necessariamente correlate tra loro, ma la loro combinazione richiede un approccio diagnostico e terapeutico specifico e integrato.

[2] Disprassia: Disturbo della coordinazione motoria che rende difficoltosa la pianificazione e l’esecuzione di movimenti complessi o in sequenza (come vestirsi o scrivere). In acqua, la riduzione della gravità e la stimolazione sensoriale uniforme permettono spesso una fluidità di movimento altrimenti faticosa.

[3] Livello di supporto 1: Nel contesto dello spettro autistico (secondo il DSM-5), indica una condizione in cui la persona necessita di supporto, ma presenta un buon grado di autonomia potenziale. Le difficoltà principali riguardano l’interazione sociale e la flessibilità organizzativa, ma non precludono una vita piena e integrata se sostenuta correttamente.

[4] Meltdown: Una reazione intensa, spesso fisica ed emotiva, a un sovraccarico sensoriale o cognitivo. Non è un capriccio volontario, ma un cortocircuito del sistema nervoso che “esplode” quando non riesce più a processare gli stimoli esterni o interni.

[5] “Il totale è più della somma delle parti”: Principio cardine della Psicologia della Gestalt. Suggerisce che la percezione di un fenomeno (o di una persona) non può essere ridotta alla semplice addizione dei suoi singoli elementi (come i sintomi o le diagnosi). L’esperienza globale ha un significato proprio che trascende i componenti isolati: per capire mio figlio non basta sommare le sue diagnosi, bisogna guardare l’insieme della sua esistenza.

[6] Caregiver: Termine che indica colui che si prende cura, a titolo gratuito e in ambito familiare, di un congiunto non autosufficiente a causa di disabilità o patologie croniche. In Italia, questa figura ricade ancora prevalentemente sulle spalle delle donne, con un impatto profondo sulla loro vita professionale e sociale.

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