Guardare i figli senza le lenti sporche del nostro passato: il coraggio di porre un limite e l’inganno di voler essere amici.
Negli ultimi giorni la mia mente è corsa veloce tra mille pensieri, impegni e scadenze. Nelle scorse settimane non ho avuto tempo per registrare i miei articoli, né per leggere. La scorsa nemmeno per scrivere. Sono stata travolta. Come molti, nulla di eccezionale: una normale quotidianità mangiata da un’agenda piena. Possiamo anche chiamarlo overthinking, se preferite; la forma dell’inglese non cambia la sostanza della fatica.
Uno dei miei pensieri principali, in questo periodo, è stata mia figlia. Non solo per questioni logistiche o per i suoi impegni da seguire, ma per dinamiche legate a una sua relazione di amicizia che stava vivendo una battuta d’arresto, costringendola a provare emozioni forti. Emozioni che noi adulti abbiamo già vissuto, integrato, conosciuto. Quel genere di stati d’animo che da grandi tendiamo, a volte, a liquidare velocemente perché abbiamo già indossato quei vestiti stretti e, piano piano, abbiamo scoperto come modificarli per portarli senza troppo disagio.
Crescere un figlio è un percorso che spinge a un rispecchiamento continuo con quanto risuona, amplificato, dal nostro passato. In positivo come in negativo. Mia figlia ha i miei stessi occhi. In una foto che mi ritrae da piccola, di profilo, appesa in quella che era la mia cameretta a casa dei miei, si riconobbe, chiedendosi quando fosse stata scattata. Aveva all’incirca quattro anni, quanto la me della foto. Forse per queste e altre sfumature, questi giorni sono stati complicati.
Mi rivedo in uno strano triangolo di amicizia alle elementari nel quale ero coinvolta e che mi ha sempre fatta sentire il terzo incomodo. O forse rivedo l’aver cambiato scuola e ambiente nel passaggio dalle elementari alle medie, e quindi la fatica di ricostruire le relazioni da zero, quando intorno a me molti le stavano già vivendo da tempo. Guardando mia figlia, anche se so che per lei non sta andando così, temo che possa provare la stessa solitudine che è capitato di provare a me. Tenti allora di trovare un punto di equilibrio tra un’empatia attiva, fatta di ascolto e dialogo, e la necessità di non leggere la sua realtà in costruzione con le tue lenti vecchie e sporche.

“Figli piccoli problemi piccoli, figli grandi problemi grandi”, dice il proverbio. A me ha sempre fatto pensare a una questione di fatti: avvenimenti che cambiavano proporzione. Se la fatica iniziale è la dentizione con le notti insonni che porta con sé, crescendo lo diventa lo scontro sull’orario di uscita. Mi sono dovuta ricredere. Non è una questione quantitativa, ma qualitativa.
La relazione si complica mentre, lentamente, l’individuo che hai davanti si costruisce e si scontra con i suoi talenti e i suoi fallimenti, le due facce della stessa medaglia. Si scontra con la prima forma d’amore che si incontra fuori dai legami primari: l’amicizia. Scopre i propri confini, quelli dell’altro, e come – con la crescita e i cambiamenti che essa comporta – le relazioni semplicemente possano smettere di funzionare. Non per mancanza di desiderio, ma perché si balla ormai una musica diversa. E per me, accompagnarla in questa scoperta, è faticoso e complesso.
In questi giorni, a proposito di punti di equilibrio, mi è capitato di vedere un breve video tratto da Una mamma per amica [1]. Quando lo guardavo da ragazza mi affascinava; trovavo accattivante l’idea di quella relazione fatta di umorismo, diete sbilanciate e un rapporto così vero, aperto e sincero tra le due protagoniste.
Ora, ripensandoci, è una narrazione che definire distorta significa farle un complimento. È un legame completamente sbilanciato, con una madre bambina – emotivamente parlando – e una ragazzina adultizzata. Lorelai strasborda con le sue emozioni invadendo, rumorosamente, il campo della figlia Rory e lasciandole pochissimo spazio per esistere. Tant’è che quando Rory dubita, domanda, cerca un senso che sia confine – come tutti i ragazzi, che hanno bisogno che i limiti vengano dati e siano chiari – Lorelai ne pone sì, ma dettati unicamente dalle proprie paure e dal proprio vissuto. Non guarda Rory per quello che è, ma la guarda attraverso sé stessa, indicandole la strada da percorrere e le barriere da mantenere in base a vecchi schemi da cui è fuggita con il corpo, ma che non ha mai integrato nel suo percorso. E quando la figlia proverà ad autodeterminarsi per la prima volta fuori dal consenso materno, avverrà la rottura, seppur momentanea.
Quando si travalica il ruolo genitoriale in questa visione pop e neoromantica – e spesso così seducente – dell’essere “amici dei nostri figli”, il rischio è esattamente quello di riproporre uno schema di questo tipo. Nello sviluppo si ha un profondo bisogno di confini; si ha bisogno anche di sentirsi dire: “Hai sbagliato”. Perché l’errore fa parte della vita, e accettarlo è una delle competenze fondamentali che vanno sviluppate.

Tra le cose più difficili per me, in questi giorni, c’è stato proprio il dire a mia figlia che in questa situazione c’era stato anche da parte sua un contributo, un suo modo di influire sugli eventi. Perché la situazione non si è creata da sola: le cose, veramente, si fanno e si disfano in due. E questo non significa fare le amiche. L’amica di solito, soprattutto in giovane età, ti appoggia, ti spalleggia e ti consola a prescindere. Un genitore, invece, serve anche a mostrarti l’altra faccia della medaglia: il tuo piccolo fallimento relazionale. Non dobbiamo fare gli amici, né i “genitori spazzaneve” [2], né esercitare un rigido distacco come se quelle emozioni non fossero roba nostra, come se non ci riguardassero. I figli ci riguardano sempre. Dobbiamo essere capaci di non sostituirci a loro, anche se fa male vederli soffrire, e di non far finta di non vedere, anche se esserci richiede un enorme sforzo.
Una “madre sufficientemente buona”, diceva Donald Winnicott [3], questo equilibrio non si può auspicare se prima non si ricordano, e si proteggono, i ruoli e i confini di ciascuno.
Note e Glossario
[1] Una mamma per amica (Gilmore Girls): Celebre serie televisiva statunitense degli anni Duemila che ruota attorno al legame tra Lorelai Gilmore e sua figlia Rory. Sebbene sia stata a lungo celebrata come l’archetipo della complicità perfetta, l’analisi psicologica e sociologica moderna ne evidenzia spesso le criticità, leggendola come un esempio di “parentificazione” (quando il figlio assume responsabilità emotive da adulto) e di confini sfumati, dove il bisogno di approvazione reciproca ostacola la reale indipendenza del giovane.
[2] Genitore spazzaneve (Snowplow parent): Espressione nata nel contesto pedagogico e sociologico anglosassone per definire uno stile genitoriale iperprotective. A differenza del “genitore elicottero” (che si limita a sorvegliare ossessivamente ogni mossa del figlio), il genitore spazzaneve si muove un passo avanti a lui per intercettare e spianare preventivamente qualsiasi ostacolo, problema o potenziale fallimento prima ancora che il figlio possa farne esperienza. Questo modello, pur nascendo da un intento protettivo, rischia di privare i ragazzi della fondamentale capacità di sviluppare la resilienza, la gestione della frustrazione e il senso di responsabilità personale di fronte agli errori.
[3] Donald Winnicott: Pediatra e psicoanalista britannico (1896-1971), tra i più influenti del Novecento. È noto per avant introdotto il concetto di “madre sufficientemente buona” (good-enough mother). Secondo Winnicott, un genitore non deve essere perfetto né onnipotente, ma capace inizialmente di adattarsi ai bisogni del neonato e, successivamente, di introdurre piccoli, sani “fallimenti” psicologici (ritardi nelle risposte, distacchi graduali). Questo spazio di imperfezione e il rispetto dei rispettivi ruoli sono fondamentali per permettere al bambino di sviluppare la propria identità separata e autonoma.







Rispondi