L’illusione della scarsità.

Oltre la sindrome dell’Ape Regina: perché ci hanno insegnato a presidiare i confini invece di abbatterli.

Mi guardo intorno: siamo sempre noi.

C’è chi è di corsa e chi ci tiene all’aspetto; chi indossa una tuta con aria supponente – come se attraverso i vestiti passasse un posizionamento – e chi la porta con i capelli legati e gli occhi stanchi. E spesso, in questo caso, il posizionamento lo diamo noi, o lo subiamo.

C’è chi è in carriera, chi vi ha rinunciato per un part-time, chi ha scelto di stare a casa e chi ha seguito una strada obbligata. Siamo tante, così diverse che un testo non basterebbe a descriverci, ma siamo sempre noi. Al parchetto o fuori da scuola; al supermercato mentre affrontiamo un capriccio; dal pediatra, per i vaccini, alle riunioni scolastiche o nei gruppi WhatsApp.

“Facciamo rete”, ci diciamo. “Sosteniamoci”. Eppure, nella realtà quotidiana, a volte non ci si riesce. Vuoi perché non si può andare d’accordo con tutti solo perché si condivide il genere, vuoi perché…

Ultimamente la mia astrazione selettiva mi ha portato a prestare maggiore attenzione a diversi articoli sul femminile. Spesso ho letto che il problema di noi donne siamo noi stesse: che ci facciamo la guerra tra noi. Non saprei. Due giorni fa un’amica, mentre le raccontavo di un piccolo conflitto tra mia figlia e una sua cara amica, mi ha detto: «Ah, io non capisco. Gli uomini non litigano così, sono più semplici e cooperativi. Vedi? Cominciamo fin da piccole».

Non so se queste asserzioni spieghino tutto. Ho la sensazione che abbiano un fondo di verità, ma che la stessa poggi su un capovolgimento obbligato. Provo a spiegare.

Non credo che le donne siano biologicamente predisposte al conflitto con il proprio genere più di quanto lo siano gli uomini. Non possiamo sostenere – come spesso asserisco io stessa in preda a un poetico moto interiore – che se le donne comandassero il mondo le guerre finirebbero e, al contempo, affermare che siamo spinte da istinti guerrafondai verso le nostre pari. Le due tesi sono antitetiche.

Proviamo a cambiare punto di vista. In molti contesti storici, il maschile è stato educato a conquistare: una volta stabilito il ruolo di potere, si seguiva gerarchicamente il capo. Al femminile è stata spesso affidata la custodia del confine domestico: le nobili a fare le nobili, le contadine a fare le contadine. Ognuna nel proprio mondo piccolo, da proteggere. Un mondo privo di grandi epiche, ma con un perimetro preciso da presidiare, attenendosi a regole condivise dal gruppo sociale di appartenenza.

In psicologia sociale si osserva che, quando una risorsa è percepita come scarsa, chi appartiene a un gruppo marginalizzato tende a competere più con i propri simili che con il gruppo dominante. Ed è qui che l’immagine cambia: non è cattiveria, è gestione della scarsità.

Pensiamo alle signore anziane sedute fuori casa, nei paesi, che osservano chi passa. Conoscono tutti e commentano tutto, persino come la vicina stende i panni. Oggi, nei parchetti o davanti a scuola, ci potete vedere ancora lì. Non commentiamo più i panni stesi, ma le scelte educative. Se c’è confidenza lo facciamo a voce alta, altrimenti lo releghiamo a un audio WhatsApp.

Custodiamo ancora il nostro territorio, spinte da quell’esigenza tramandata di sorvegliare i confini. Spesso non collaboriamo: critichiamo l’altra. Che è noi, ma lontana da noi. Accade perché in un mondo costruito su misura per l’esperienza maschile, ci è stato insegnato che lo spazio per noi è limitato: se emergi tu, tolgo ossigeno a me.

La teoria dell’Ape Regina affonda le radici proprio qui: non in una cattiveria innata, ma nell’interiorizzazione di questa mancanza di spazio. Le nonne del paese sedute sulla sedia condividevano regole e status: si valutavano tra loro in base a cosa fosse “giusto” fare. Oggi giudichiamo l’outfit, il tempo che ci si dedica, le carriere. Se qualcuna si scosta, subentra la competizione.

Penso alle “mamme di latte”: un gesto nobile che ha salvato la vita a molti bambini, compreso mio padre. Eppure, anche in quell’idea romantica risiedeva a volte una competizione morale, un modo per stabilire chi fosse la “custode” migliore in un sistema che non prevedeva per noi altri ruoli.

Quando una donna oggi emerge, viene spesso attaccata su due fronti: da un lato un maschile che fatica con l’autodeterminazione; dall’altro un “fuoco amico” che in quella donna non vede la realizzazione di un nuovo modo di stare al mondo, ma una grottesca mascolinità introiettata, un vestito mal cucito.

Qui affonda l’idea dell’Ape Regina: colei che non sovverte i ruoli, ma li interpreta. Non accomoda, non integra: si veste. E nel vestirsi di quel potere maschile, finisce per sorvegliare i confini con la stessa severità di chi l’ha preceduta, convinta che per restare al tavolo debba essere l’unica della sua specie.

Eppure, credetemi, questa mia riflessione non è una critica assoluta. Io stessa ho avuto mani a cui aggrapparmi e conosco reti composte da donne per le donne, e non solo. Dai canti delle donne che lavoravano la terra, di cui non ho memoria se non per racconti ascoltati, a mani indaffarate in grandi cucine a preparare il pranzo di Ferragosto. Le ricordo quelle tavolate e la gioia di tutte quelle zie, e di mia madre, che a me adolescente facevano tanta rabbia mentre le osservavo dando le spalle alla tavolata con gli uomini già accomodati a bere vino, in attesa di avere il pranzo. Eppure loro ridevano, scherzavano, si scambiavano consigli, confidenze, dolori, conforto. Ma l’ho capito solo dopo, solo oggi.

La rete c’è, c’è sempre stata. Non convinciamoci di una narrazione che non ci appartiene e che, ancora una volta, inserisce gli uomini in una posizione di efficienza, in questo caso relazionale, e vuol relegarci a difendere il territorio.

Se una donna rompe il tetto di cristallo dovremmo tutte applaudire quel frastuono. Se siamo noi a farlo, chiamiamo le altre a respirare l’aria pulita che quello squarcio ci permetterà di far entrare.

Non permettiamo al sistema di convincerci della scarsità.

·  Astrazione Selettiva: È un termine che deriva dalla psicoterapia cognitiva. Si tratta di un errore di valutazione (o distorsione cognitiva) che ci porta a concentrare l’attenzione su un singolo dettaglio di una situazione, ignorando tutti gli altri elementi del contesto. In pratica, il nostro cervello “seleziona” solo ciò che conferma un nostro timore o un pregiudizio, facendoci percepire una realtà parziale come se fosse l’unica verità assoluta.

·  Sindrome dell’Ape Regina (Queen Bee Syndrome): Concetto introdotto per la prima volta dagli psicologi G.L. Staines, T.E. Jayaratne e C. Tavris nel 1973. Descrive il comportamento di alcune donne che, avendo raggiunto posizioni di potere in ambienti dominati dagli uomini, tendono a trattare le proprie subalterne o colleghe con più severità rispetto ai colleghi maschi, opponendosi alla loro avanzata. Gli studi più recenti suggeriscono che non sia una caratteristica “femminile”, ma una risposta adattiva a contesti in cui lo spazio per le donne è percepito come estremamente limitato.

·  Mamma di latte (Balia): Una figura storica fondamentale nella struttura sociale ed economica del passato. La “mamma di latte” era una donna che allattava e accudiva il figlio di un’altra donna, spesso per necessità economica (nel caso delle balie a pagamento) o per mutuo soccorso tra famiglie (balie “di vicinato”). Rappresenta una forma arcaica e viscerale di solidarietà e cooperazione femminile, ma era anche un terreno di confronto e gerarchia morale sulla capacità di accudimento.

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