Le strisce e i marciapiedi sono lì, come l’altro che mi cammina accanto

Dall’osservazione di un gesto banale alle domande sulla società in cui viviamo.

Le strisce pedonali e i marciapiedi sono lì: sono utili, sono sicurezza per sé e per gli altri. (Sì, al netto dei luoghi dove né l’uno né l’altro sono presenti o utilizzabili, ma questa è un’ovvietà).

Mi trovo ad aspettare mio figlio che esce da scuola e osservo. Ragazzi che raggiungono auto o autobus, uomini e donne che chiacchierano, anziani che si affrettano. Ci avete mai fatto caso? Spesso gli anziani hanno un’aria affrettata, anche quando il corpo non li assiste. Hanno la fretta nello sguardo; forse è la consapevolezza che non va sprecato nemmeno un momento. Immagino che invecchiando lo si capisca meglio.

In ogni caso, mi guardo intorno. Mi piace osservare le persone, da sempre. Da ragazza, in un’altra vita, ho fatto teatro; una delle cene più divertenti l’ho passata con il regista con cui lavoravo: guardavamo la gente agli altri tavoli per immaginare le loro vite. Abbiamo costruito storie, quella sera, sotto gli occhi dubbiosi dei rispettivi accompagnatori.

Una coreografia mal riuscita

Ieri, quindi, osservavo chiedendomi cosa ci fosse dietro ogni individuo la cui vita, per una frazione di secondo, passava accanto alla mia. E lì ho notato le strisce e i marciapiedi. Ora, chiariamo: guido da anni e non è che non mi fosse mai capitato prima, ma non mi ero mai fermata a osservarne il comportamento.

I pedoni erano in una situazione che rendeva agevole raggiungere il marciapiede e utilizzare le strisce. Forse il “malus” era rappresentato dal camminare qualche metro in più? Non saprei. So solo che intorno alla mia auto ho visto passare individui di ogni età e velocità. Li ho visti tagliare un’enorme piazza disinteressandosi dei guidatori costretti a inchiodare. Dare botte con borse e zaini a specchietti e carrozzerie pur di passare lì, dove non dovresti. Una passerella disorganizzata, una coreografia mal riuscita.

Quanto individualismo c’è in questa scelta? Quanto poco senso di comunità e, ultimo ma non meno importante, quanto poco senso del pericolo e del mondo circostante?

Io, individuo, decido che devo andare lì. Nel modo più rapido, comodo o giovale per me. Lo faccio disinteressandomi al mondo che mi circonda e al rischio potenziale. Vado spedito verso ciò che mi interessa. Chi mi ha già letto lo sa: io guardo tutto attraverso la lente della psicologia. Quindi, parliamo di individualismo.

La lente di Geert Hofstede: molecole senza legami

La cornice teorica che utilizzeremo è quella di Geert Hofstede: Individualismo vs Collettivismo. Sostanzialmente, secondo la teoria di Hofstede, nelle società individualiste i legami tra gli individui sono sciolti: io la immagino come molecole che non riescono a legarsi tra loro, particelle che si sfiorano senza mai fare massa critica.

Lo studioso crea un parallelismo: le società occidentali valorizzano l’indipendenza, l’originalità e il successo personale. Una sorta di “capitalismo dell’ego”. Nelle società di altre zone geografiche, come l’Asia orientale e l’Africa, l’interdipendenza e l’armonia di gruppo sono invece valori ancora centrali.

Immagino possa essere ritenuto un volo pindarico associare il mancato rispetto del codice della strada a una visione individualistica della realtà. Certo, se immagino il traffico di luoghi come Nuova Delhi non visualizzo strade ordinate; quindi, prego il gentile lettore di non rimanere legato solo alla suggestione geografica. Le suggestioni, del resto, sono spesso solo una delle strade percorribili per stimolare il pensiero critico.

Dallo smartphone alla ricostruzione del “Noi”

Vedere quei passanti disordinati, spesso concentrati sul mondo virtuale dei loro smartphone, non rappresenta una verità assoluta, ma i loro gesti diventano, loro malgrado, la metafora di una società che predilige il singolo alla comunità.

Lo vediamo giornalmente: basti pensare a quanto siano ego-riferiti gli strumenti che usiamo, come i social, dove siamo protagonisti assoluti con pieni poteri e ci trinceriamo dietro l’anonimato del web per parlare – anzi, scrivere – quando dovremmo tacere.

Quindi, forse, si potrebbe ripartire da lì per una ricostruzione. Dalle strisce pedonali e dalla consapevolezza che ogni mia azione, anche la più banale, coinvolgerà colui che incontrerò sulla mia strada.

E tu, cosa ne pensi? Dimmi la tua. Ti leggo.

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Fonti e Riferimenti (Per Approfondire)

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