Articolo originariamente apparso sulla mia newsletter Substack.

Stamani sono venuta a conoscenza di un fatto che riguarda un ragazzo che conosco; non entrerò nel dettaglio dell’accaduto, ma nelle domande che mi ha suscitato. Risposta breve: sì, è diventata indispensabile. Se volete fermiamoci qui, se gradite proseguiamo insieme nel ragionamento.
Partiamo dal concetto di comunità educante. Con questa definizione s’intende un lavoro sinergico tra diversi attori che incontrano le strade dei ragazzi: parliamo di famiglie, realtà del terzo settore e scuola. Il concetto è creare un tessuto sociale che miri a sostenere il benessere psicologico, lo sviluppo dei ragazzi e intervenga sul disagio.
E oggi, ascoltato l’accaduto, ho capito che cosa non mi convinceva dell’educazione sessuo-affettiva nella veste che viene proposta. Manca la comunità educante, il collante.
“Tempo fa in TV ho ascoltato un’intervista a Recalcati, il quale asseriva che la difficoltà di mettere a terra un progetto tale risiedeva proprio nella moltitudine di figure che in modo reale, e quindi efficace, sarebbero chiamate a questo tipo d’intervento.”
Si chiedeva quindi: a chi affidiamo il progetto? Ad un sessuologo? Ad uno psicologo? Ad un professore con formazione specifica? Il tema è complesso e richiama con sé tanti aspetti della vita del ragazzo, primi fra tutti il tessuto sociale da cui proviene e la sua famiglia di appartenenza.
Ad esempio, nella nostra famiglia è normale affrontare qualunque discorso. In casa si parla di sentimenti come di consenso, di fisicità maschile e femminile utilizzando i termini corretti biologicamente. No, non facciamo teoria gender, spieghiamo.
Qui entra in gioco la comunità educante. Non si può pensare di demandare discorsi tanto complessi ad interventi spot alla scuola, caricandola di una responsabilità che non le compete in modo esclusivo. Va cercata la sinergia.
Sapete, in molte famiglie non si parla di sessualità, ma si lasciano i ragazzi liberi nella fruizione di social con contenuti inadeguati. E no, non è che se gli stai accanto risolvi: lo dicono le neuroscienze, il cervello non è ancora pronto a digerire tali immagini. Le immagini scavano dentro, inseriscono semi che sviluppano radici.
È ancora la comunità educante che prima dovrebbe essere educata per a sua volta educare. Dobbiamo creare spazi perché la socialità possa avvenire, dove imparare i confini tra me e l’altro. Non siamo isole.
Insomma, per tornare alla risposta iniziale: sì, serve. È imprescindibile, ma non basta. Sarebbe il caso che la politica tutta si interrogasse réellement su quello che occorre per rendere tutti potenziali fruitori di un circolo virtuoso.
Del resto, investendo su bambini e ragazzi investiamo sul futuro. Non c’è scommessa più bella.







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