Come la psicologia da social rischia di cadere nella polarizzazione.
Sul caso Roggero, in questo articolo, non leggerete nessuna opinione. Né giuridica, essendo priva di competenza, né morale, trattandosi a mio parere di un campo di riflessione intima e personale. Voglio condividere con voi i contenuti che in questi giorni mi sono capitati sotto gli occhi, gli appelli e le considerazioni.
Lo sguardo consapevole sul feed.
Ho una formazione in psicologia ed è uno dei miei interessi; questo – complice l’algoritmo – ha portato il mio feed ad essere abbastanza prevedibile nel proporre i suoi contenuti (per quanto abbia imparato ad addomesticarlo un po’, liberarlo, dipende da come la vedi, ma ne parleremo in altra sede). Quindi, tra contenuti proposti e creator che già seguo, di psicologia ne incontro molta e di vari tipi: dalla divulgazione pura, allo psicologo che ha fatto dell’ironia la sua firma distintiva, fino al coaching travestito da psicologia che, a chiamarlo motivazionale, gli rendi onore.
A volte sono d’accordo, a volte in completo disaccordo; spesso c’è qualcosa che non conosco, m’incuriosisco, leggo o cerco libri. Insomma, nel complesso ho imparato a conoscere il mio feed e a prenderne il meglio. Una selezione all’ingresso, per qualche aspetto.

Strumenti per non essere invasi.
Ma, come in un cerchio, torniamo al punto d’inizio. Ho una formazione a riguardo, ergo degli strumenti che mi aiutano nel filtrare, catalogare, selezionare. Non vengo invasa passivamente come potrebbe accadermi per i consigli di make-up, rispetto ai quali sono sostanzialmente all’oscuro. Ognuno conosce il proprio campo.
In questi giorni ho incontrato diversi contenuti sul caso Roggero, appunto, polarizzati e polarizzanti. Prese di posizione nette di chi della psicologia ha fatto un mestiere. Non obbligatoriamente si è trattato di contenuti nativi del creator, spesso sono bastate le condivisioni di colleghi a segnalare un preciso posizionamento. Certo, mi sono capitate anche letture di clinici che cercavano d’inquadrare l’evento in un’ottica più ampia, che tentavano di lasciare la cronaca ai giornalisti e il diritto ad avvocati e PM, ma anche i tentativi più prudenti rischiano di sconfinare pericolosamente nella morale.
Il rischio della semplificazione.
Perché la psicologia pop, quella da social, rischia continuamente queste scivolate, a causa della semplificazione che il mezzo richiede. Rischia la dicotomia – la semplificazione la porta spesso in quella direzione e in questo la politica è bravissima (se volete leggere il mio pensiero a riguardo di qualche tempo fa lo trovate a questo link https://vistadaqui.com/2025/11/29/la-politica-degli-algoritmi-tra-emozione-gatekeeping-e-distorsioni-cognitive/ ). Ma il pensiero bianco/nero, dicotomico appunto, è, per quanto fastidioso, utile alla politica moderna a caccia di voti anche ad urne lontane – figuriamoci ora che le urne si avvicinano – perché muove la tifoseria da stadio e parla alla pancia.
Non “perdono” alla politica il pensiero dicotomico; potrei dire che lo comprendo come scelta, pur non condividendone la morale. Dalla divulgazione psicologica, invece, mi aspetto uno sforzo diverso. Non quello di essere neutrale, ma quello di ricordare continuamente quanto sia complessa la mente umana e dichiarare dove finiscono i dati e dove iniziano le interpretazioni.

La complessità è un atto di rivoluzione.
La psicologia è una disciplina scientifica che fatica ancora molto, e con molti, a togliersi di dosso il peso di non essere ritenuta tale; è tenuta ad avere un comportamento particolarmente prudente. La psicologia che scende ai compromessi dell’ultra-semplificazione per cavalcare il trend e creare audience e click svende una verità: le realtà sono complesse. Spesso non basta una disciplina per spiegare un evento, figuriamoci per tratteggiare i contorni di una supposta realtà. Dimentica spesso di abbracciare l’antropologia e la sociologia, materie con le quali invece dovremmo socializzare, e rende tutto fruibile. Ma la mente umana non è facilmente fruibile. I moti. Le intenzioni. I gesti. Le emozioni. Nulla di tutto questo è facilmente fruibile, né per chi lo vive, né per chi osserva.
Ultimamente mi è stato chiesto di stilare una relazione a seguito dell’incontro di un’associazione con la quale collaboro. Erano presenti caregiver, realtà del terzo settore e istituzioni. Mi è stata chiesta la relazione e penserete: “cosa ci vuole a fare una minuta di riunione?”. Ed invece non si voleva questo, ma un tentativo di collegare i fili invisibili che tengono insieme quel sistema: le risposte emotive che emergevano dai caregiver, la risposta del terzo settore e delle istituzioni. In quelle due ore ho dovuto concentrarmi su ogni singola parola per essere in grado di cogliere l’essenza, la sfumatura. Rielaborando i miei appunti a casa ho dovuto ricordare costantemente le linee guida dell’associazione, cercare di capire se le cornici teoriche alle quali ci rifacciamo erano visibili all’analisi ed usare una buona dose di empatia per trasmettere le fragilità di genitori e caregiver spaventati dalle diverse incognite del futuro. Ecco.

Psicologia: non legno di abete, ma multistrato.
La psicologia non è legno di abete, è un multistrato. No, non si tratta di una distinzione di valore, ma di cosa si è. Se fermandoci alla superficie, pur di farci capire, perdiamo la profondità, e la psicologia parte con le armi spuntate.
La prossima volta magari parleremo delle categorie di moda sui social, sempre figlie di questo tipo di comunicazione, che amputano la dignità della malattia mentale anziché integrarla.
Se ti va di dirmi cosa ne pensi, ti leggo volentieri.







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