Ovvero come la semplificazione abbia colpito una scienza tanto complessa.
Come accennavo nell’articolo della scorsa settimana, il feed dei miei social in questo periodo di stop forzato dalla scrittura mi ha colpita. Molto. Esempio lampante ne è l’utilizzo delle categorie – ad esempio “narcisista”: svuoto la complessità, la rendo comprensibile semplificando e la do in pasto ai social. Sono certa che i professionisti che ne hanno fatto, e ne fanno, uso non siano partiti con questa intenzione, ma avviene. Il narcisista diventa una categoria per fare hype sui social, creare Reel sulle red flag e portare a svariati bias, da quello di conferma passando all’astrazione selettiva, per finire non so bene nemmeno io come.
Semi di etichette piantati tra i banchi e le app
Parlando con mia figlia di 10 anni, mi ha detto che un’amica le ha mostrato un’app dove inserendo nome e data di nascita “…ti dice tutto. ‘Ma’’, pure se sei un narcisista!”. Sono quasi caduta dalla sedia, e la fetta biscottata con cui stavo facendo colazione ha fatto una pessima fine. Ovviamente le ho chiesto se sapesse di cosa si parlava; a mala pena ricordava la storia di Narciso che le avevo letto un paio di anni fa, quindi direi di no. Intanto, però, un seme era stato piantato. In lei, e nelle altre migliaia di bambine che avranno sentito parlare di quell’etichetta.
Adolescenti e diagnosi fai-da-te al bar
Nelle ultime vacanze fatte ho ascoltato – un po’ perché sono ormai una vecchia impicciona, mi sembra evidente, un po’ perché gli adolescenti mi affascinano – una chiacchierata tra alcune ragazze al bar. Ero lì che sorseggiavo il mio spritz, ragionando sull’ingiustizia del fatto che le cose belle abbiano una fine, quando mi giunge all’orecchio la voce di una di loro. Stava, evidentemente, parlando di qualche ragazzo che frequentava. Nel rapido giro di qualche minuto ho sentito parlare di narcisismo, personalità evitante e dipendenze affettive. Ragazze di non più di 16 anni.
Quando un banale fraintendimento diventa “violenza”
In quel momento ho ricordato quanto mia figlia – che da adulta, immagino, mi rimprovererà di averla citata tanto spesso – mi aveva raccontato gli ultimi giorni di scuola. Due suoi amici, fidanzati come lo si è in quarta elementare, litigano per un banale fraintendimento. Lei è convinta che lui la stia prendendo in giro; lui, in realtà, stava solo interpretando una parte concordata in cui faceva il bullo, utile ai fini di un breve spettacolo organizzato a conclusione di un percorso sul bullismo. Lei rimane male, lui non riesce ad esprimersi. Uno stallo. Lei viene travolta dalle altre bimbe: “Lascialo”, le dicono, mi racconta mia figlia, “non puoi permettergli di trattarti così. È violenza!”.
No, signori – ehm, bambini miei – si chiama fraintendimento. E troverete a combatterci quasi ogni giorno che vivrete, perché le parole ne sono fonte. Mia figlia ha provato a dirlo – momento di orgoglio che l’avesse intuito – ed è stata azzittita: “Tu permetti agli uomini di maltrattarti”. E di nuovo no, signori – ehm, bambini – non si tratta di uomini, ma di ragazzini come voi, e si tratta sempre di un fraintendimento.
La fuga dai porti e il mito del manipolatore
Lei alla fine si è fatta da parte. Io, da parte, con quelle ragazze al bar ci sono dovuta rimanere per forza, che non penso sarei stata accolta a braccia aperte. Ma il risultato quello è stato: etichette. Del resto, se mi insegnano che il nemico è lì accanto a me, mi spiegano come si chiama, come posso difendermi e come posso catalogarlo, non avrò la spinta a capire meglio cosa accade, né tanto meno a verificare che – sia mai possa capitare – ci si sia capiti male.
Chiudo fuori dallo spazio personale la red flag, remi in barca, e via sempre soli in cerca di nuovi porti. Peccato che spesso il nuovo porto mi farà ricordare proprio quel TikTok che – porca miseria, ne sono certa – parlava del disagio creato dal manipolatore… e vuoi vedere che mi sono ritrovata proprio in questa situazione?
Il rischio di normalizzare l’allarme costante
Se qualcuno s’imbatte in questo mio articolo per la prima volta, non fraintenda. Non sono il tipo che normalizza nulla, nessuna forma di violenza o abuso, anzi. Ma comincio a vedere il rischio che venga normalizzato l’allarme costante.
Se già (pensiamo di) conoscere tutto perché i social ci danno le mappe delle relazioni sane e dei comportamenti auspicabili, anticiperò l’azione dell’altro in una predeterminata lettura, disimpegnandomi da quella piccola, faticosa questione: la relazione. Se sono in relazione con l’altro – ogni tipo di relazione – il rischio di soffrire come di gioire è lì, alla portata, ma richiede una fiche d’ingresso. L’impegno. La conoscenza reciproca richiede impegno.
Adultizzare i giovani e pretendere la pazienza di scoprire
Quindi, in una società iperindividualizzata e fortemente performativa, chiediamo ai giovani di credere alle nostre semplificazioni, ma di concedersi anche il tempo di scoprire se staranno male o gioiranno. Noi adulti e i social vogliamo la botte piena e la moglie ubriaca, senza essere in grado di riconoscere che la crescita richiede tempo e spazio che non gli concediamo più. Da piccoli li adultizziamo, anche attraverso i device, e li istruiamo, per poi lamentarci, quando cominciano ad affacciarsi alla vita indipendente, che non hanno la pazienza di scoprire.
Immagino che gli unici con cui ce la possiamo prendere siamo noi stessi. Ma non ora, ora sono di corsa per un impegno. Magari domani. Intanto mi concedo un ultimo scroll.







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