Ovvero cos’è il workaholism e come la nostra società ne è (consapevolmente o meno) impregnata.
Su Disney+ sto vedendo il programma The Bear. Lo trovo un ottimo prodotto — per fotografia, regia e colonna sonora — ma soprattutto lo trovo realistico. In un mondo dove la finzione, vedi l’intelligenza artificiale, è la normalità, un prodotto che tocca corde così vibranti da farti sentire il dolore dei protagonisti è diventato una perla rara.
Il protagonista è Carmy, giovane chef che, a seguito di un tragico evento, entra in possesso del ristorante del fratello e ne diventa proprietario. Ora, cercherò per quanto possibile di evitare spoiler, ma invito chi è intenzionato a vederlo di fermarsi qui.
La famiglia e il peso del passato.
Carmy viene da una famiglia complicata. Quella famiglia che oggi verrebbe definita disfunzionale. Un padre che aleggia ma non si vede. Una madre — interpretata da una magistrale Jamie Lee Curtis — che è… cos’è non lo dice, lo senti. È un concentrato di dolore, nevrosi, alcolismo. Un fratello tossico. Una sorella fragile che aspetta di essere vista. Un cugino che dimostra come il sangue sia un’etichetta, e una famiglia allargata che aggiunge amore come sa fare, non sempre come ci servirebbe.
Carmy è al centro di tutto questo, con il dolore del passato e l’ansia del presente. Sulla carta è un uomo realizzato, nell’effettivo è un uomo perso, solo, che non sa stare in una relazione perché nessuno glielo ha mai insegnato.
Dalla teoria accademica alla carne: cos’è il workaholism.
Le relazioni sono uno dei temi principali della serie, ma a me ne ha colpita un’altra. La prima volta che ho incontrato il termine workaholism è stata durante un esame universitario e, ad essere sincera, non l’ho subito compreso; non lo avvertivo vivo come mi era capitato con altri concetti. Rimaneva nebuloso. Guardando il programma ha preso forma.
Carmy non ha risorse per affrontare gli eventi tragici che si accumulano nella sua vita né per sganciarsi da un passato fin troppo doloroso. Il qui e ora è un prolungamento di una linea del tempo ininterrotta che gli afferra la gola e non gli permette di respirare; allora fugge. Anzi, rifugge nella propria cucina, si nasconde tra fornelli e fuochi alimentando una solitudine che è una gabbia.
La creatività come anestesia e il corpo dell’ansia.
La creatività come una droga è l’unica cosa che gli permette di anestetizzarsi dal dolore che lo colpisce in modo fisico. L’ansia – e applausi all’interprete – da chi l’ha vissuta viene subito riconosciuta nei movimenti ritmati delle mani che non hanno luogo dove riposare, nei pensieri confusi, intrusivi, nella lucidità che lascia campo al disordine, nello sforzo infinito di trattenere ogni emozione fino agli inevitabili scoppi d’ira. Perché spostare l’attenzione, quando il dolore è così assordante, permette solo di respirare sul momento, non è motivo di liberazione.
E questo prodotto non c’illude, infatti; non ci fa credere che sia così semplice. Ci spezza il fiato, ci fa male, ci ricorda che mentire a sé stessi non è una soluzione.
Il successo che non basta e la trappola della performance.
Carmy è un uomo di successo nella sua professione, è giovane e brillante, è uno chef, ma questo non basta. The Bear ci ricorda che per quanto riempiamo la nostra vita di abnegazione e di successi, non possiamo curarci così. L’illusione che la performance lavorativa sia un mezzo per stare bene è, appunto, un’illusione: non ci protegge, ci fa semplicemente spegnere più silenziosamente.
Guardiamo fuori da quella cucina e la dinamica ci ricorda quanto, nella società delle performance, tutto sia utile a coprire il vuoto che nasconde il silenzio, che nasconde il dolore. Il tempo sospeso ha smesso di essere auspicabile, un momento di privilegio diventa nemico. Quello spazio vuoto, che ci obbligherebbe a guardarci dentro ma può anche spingere a creatività che sia puro momento di azione, ci viene sottratto. Per stare nel qui e ora abbiamo bisogno di consapevolezze e difese che ci hanno istruito a riconoscere come nemici nell’ombra.
Performa, fattura, sii visibile, sii categoria sociale che performa, fattura. Esibisci la tua competenza, e acquista con quei profitti.
Guardandola così il workaholism non rimane una intuizione teorica, ancora studiata come costrutto, ma una spinta ad un’anestesia perfetta.







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