Ovvero come cambia il nostro modo di vedere le cose.
Sulla piattaforma Prime ho scoperto disponibili vecchi titoli che non incrociavo da tempo. Da “Marcellino pane e vino”, passando per “Sabrina” con Audrey Hepburn fino a “Poveri ma belli” di Risi.
Ora, se questo articolo capiterà nelle mani di giovani ragazzi probabilmente non conosceranno nessuno di questi titoli. Del resto erano vecchi quando io ero piccola, ragazzina non sono più quindi…
Uno di questi titoli in particolare – “Poveri ma belli” – è stato distribuito nei cinema nel 1957. Parliamo non solo del secolo scorso ma di un altro mondo.
Mi sono approcciata alla visione in modo entusiastico, ricordando le serate con mio padre che venivano dedicate a queste vecchie pellicole e ai suoi ricordi di gioventù. I racconti che descrivevano una Roma del dopoguerra con tanta voglia di tornare a vivere. I giovani che corteggiavano, le giovani che cominciavano ad emanciparsi. Una poesia quella con cui mio padre condiva i suoi racconti, che mi affascinava. Li seguivo come un topolino di una famosa favola avrebbe seguito il suono di un flauto.
Ero intimamente convinta che avevamo perso qualcosa, un’opportunità di vivere il corteggiamento in maniera rispettosa. Il fascino di quelle storie inebriava la mia mente bambina.

Lo scontro con la realtà del passato.
Quindi, spinta da un desiderio di rinnovare quella poesia polverosa che era rimasta nella mia mente, ho approcciato la visione.
Mi sono trovata davanti un racconto in cui “l’educazione femminile a suon di schiaffoni” in una relazione di coppia risultava la normalità ben accettata. Nel quale i ruoli imposti erano rigidi e romanticizzati per renderli digeribili. Il fatto che la donna relegata ad angelo del focolare non era, come è, una limitazione del ruolo ma l’impegno maschile a proteggere la donna stessa. Il ruolo maschile era altrettanto castrante, relegato ad una macchietta figlia e comandata solo ed esclusivamente dalla conquista. In cui una donna che camminava per strada non era sottoposta a cat calling, termine che a vedere quelle immagini risulta cortese, ma ad un vero e proprio accerchiamento maschile.
La produzione è una commedia di un periodo storico diverso, muoverete a critica, e questo non è negabile; quanto è cambiato è il mio sguardo nonostante la narrazione poetica di mio padre che da bambina mi parlava di quel mondo come desiderabile.
Le contraddizioni di un padre (e di un’epoca).
Mio padre è stato un “genitore sufficientemente buono”. È stato un uomo della sua epoca, con le sue ottusità, i suoi limiti e le sue convinzioni. Ci spingeva, con due figlie femmine, ad autodeterminarci, ma era figlio del suo tempo e non poteva evitare di ricordarci il ruolo di accudimento per il quale eravamo nate.
Era l’uomo che, andato in pensione prima di mia madre, cucinava e puliva, ma lo stesso che, quando il mio primo figlio era piccolo e stavamo tutti a tavola — di fronte al mio momento di smarrimento, perché volevo mangiare ma avevo il bambino in braccio — mi ha fatto notare che avrei trovato una soluzione perché “ero la mamma, e le mamme lo sanno come si fa”.
È stato un uomo che dava del lei alle mie amiche a vent’anni, in segno di rispetto, e al quale la convivenza con quello che è poi diventato mio marito è stata comunicata con cautela in una cena formale. Lo stesso che mi portava a fare shopping e mi spingeva a vestirmi come mi faceva stare bene. Un concentrato di incongruenze. Non è stata colpa sua, era figlio di un tempo spinto tra passato e presente. Educazione rigida e cervello ben funzionante lo portavano a essere contraddittorio.
Credo sia quello, in minore misura, che sta accadendo a me. Io sono figlia di una spinta all’emancipazione ma anche di quei film. Sono figlia del vecchio e del nuovo che ho visto svolgersi di fronte ai miei occhi, e questo è complesso.
Per questo, spesso, trovo onestamente difficoltà ad intercettare il sentire delle giovani donne. Ne seguo con interesse i profili, cerco di comprendere il loro punto di vista tra le righe dei loro articoli, evito – provo ad evitare – di chiudermi leggendo il loro vissuto. Relegandolo ad un veloce, e impietoso, “non hanno ancora la mia età, le mie esperienze”. Immagino che il segreto sia qui. Non trincerarsi dietro delle convinzioni ma fare in modo che, anche crescendo – nonostante l’età che avanza – non si smetta di essere curiosi e incuriositi da questo mondo in eterno cambiamento.
Del resto, come dico ai miei figli, c’è solo un limite reale alla nostra personale evoluzione e spero d’incrociarlo il più tardi possibile.
Questo pezzo è dedicato a Pimam, che ogni giorno ci dimostra come si può rimanere curiosi. Grazie per condividere le tue storie, il tuo passato, il tuo presente.







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