La pornografia delle emozioni: perché abbiamo smesso di vivere in privato

Viviamo in un’epoca di sovraesposizione continua, dai social network ai mass media tradizionali.

I social sono diventati cassa di risonanza di un fenomeno che affonda le radici in format televisivi nati come esibizione di un’eccezionalità — penso allo “Scommettiamo che” degli anni ’80 — e che hanno subito una lenta progressione fino ai reality. Oggi giochiamo il ruolo di spettatori e performer allo stesso tempo.

L’industria della visibilità

Ho provato a effettuare una ricerca, senza alcuna ambizione statistica, sul numero di programmi con taglio “talent” proposti dalla TV italiana. Includendo anche i formati “ibridi”, cioè show con esibizioni o performance, arriviamo a circa trenta programmi.

Prendiamo in considerazione il percorso etimologico della parola performance:

  • Dal latino tardo performāre (“dare forma”)
  • → Francese antico parformer (“compiere”)
  • → Inglese performance (“prestazione”, “esecuzione”)
  • → Italiano performance.

Il significato originario — dare forma — è diventato oggi la misura del valore estetico, affettivo, relazionale e persino etico. Il valore dell’individuo sembra dipendere dalla sua capacità di esibirsi: non più un atto di costruzione, ma di esposizione.

Dal talento alle emozioni esibite

Le performance, dapprima sportive, si declinano ora in show cooking, capacità di vendita, arti e, non ultimo, emozioni. Un tempo le emozioni erano legate a un senso d’intimità; oggi diventano contenuto monetizzabile sui social e spendibile in termini di audience: un banchetto collettivo.

Abbiamo trascorso anni a ironizzare — se non a lamentarci — su quanto le chiacchiere di paese fossero invadenti. Eppure oggi ci esponiamo volontariamente, illudendoci di mantenere il controllo, mentre ci mostriamo — più o meno consapevolmente — attraverso una molteplicità di canali.

Uno dei programmi di daytime più noti della TV italiana basa il suo successo, in modo evidentemente efficace data la sua longevità, sull’esibizione dei rapporti sentimentali: la relazione stessa diventa prestazione.

I due rischi psicologici della spettacolarizzazione

Da un punto di vista psicologico, l’atto di vivere la propria sfera emotiva e relazionale davanti alle telecamere comporta due rischi principali:

La perdita di autenticità

Ci si può sentire spinti ad aderire a un copione con maggiore spendibilità televisiva, distorcendo l’autenticità e creando un divario tra emozione provata ed emozione esibita.

Winnicott, uno dei padri della psicoanalisi infantile, parlava del “falso Sé” come di una maschera necessaria per adattarsi all’ambiente, ma pericolosa quando sostituisce il contatto con la parte autentica di noi.

E come ricordava il sociologo Erving Goffman, la vita quotidiana stessa può essere letta come una rappresentazione: ognuno di noi, nel rapporto con gli altri, interpreta un ruolo sul proprio palcoscenico sociale. In un contesto televisivo — o social — l’identità rischia di essere plasmata più dal bisogno di essere accettati che dal desiderio di essere sinceri. Così, l’emozione non si vive: si interpreta.

Il giudizio globale

Non si è più in una relazione con un partner: si è in una relazione esposta al giudizio degli altri. Se la relazione fallisce, il fallimento è pubblico.

La vulnerabilità diventa cibo da intrattenimento: una sorta di pornografia emozionale, dove l’esposizione dell’altro diventa viatico per sfogare introiezioni, frustrazioni e rabbia.

La libertà del non mostrarsi

In un mondo che ci spinge a mostrare tutto, scegliere di non mostrarsi è un atto di libertà. La privacy non è più soltanto un diritto: è un gesto di resistenza silenziosa.

E tu, cosa ne pensi? Dimmi la tua. Ti leggo.

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