Confini violati: quando la trasparenza diventa spettacolo

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Dalla cronaca politica alla psicologia del limite.

Una riflessione sul caso Report e sulla nostra crescente difficoltà a distinguere tra diritto di sapere e bisogno di guardare.


Nelle scorse settimane ho più volte avuto occasione di ascoltare e leggere interventi sul caso Report, in particolare sulla messa in onda delle intercettazioni riguardanti l’ex ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano.

Non entrerò in un’analisi giuridica — non avendone le competenze — né in una valutazione morale, la cui etimologia, dal latino moralis (“relativo ai costumi”), rimanda tanto alla percezione collettiva quanto alla storia individuale.

Vorrei invece soffermarmi su una riflessione riguardante i confini.


Il confine come spazio del Sé

Poco tempo fa ho avuto modo di confrontarmi con una stimata psicoterapeuta proprio sull’importanza dei confini e sulla loro funzione.

Da un punto di vista psicologico, il confine non è soltanto una linea fisica che delimita l’azione dell’altro su di me o sul mio spazio, ma è, prima ancora, una struttura interna attraverso la quale il nostro trova il modo di esprimersi e di definirsi nella relazione con gli altri.

I confini possono essere rigidi, permeabili o flessibili.
Possono trasformarsi in muri impenetrabili, in barriere facilmente oltrepassabili — che talvolta ci costringono a cedere a dinamiche non desiderate — oppure, idealmente, in una soglia equilibrata tra apertura e chiusura.

È in quest’ultima forma che riconosciamo la tanto citata, e non sempre compresa, assertività.
Si tratta di strumenti dinamici che permettono all’individuo di muoversi con consapevolezza nello spazio relazionale.


Quando il limite scompare

I miei confini, ad esempio, possono diventare più rigidi sul piano emotivo a seconda del contesto: pensiamo a una relazione professionale, dove l’interesse interpersonale si limita agli obiettivi condivisi per il raggiungimento di un risultato comune.
In altri casi, la necessità di tutelarsi porta naturalmente a un rafforzamento delle proprie barriere interiori.

Nel caso specifico, invece, ogni confine è stato infranto:
la registrazione — che viola la riservatezza naturale di uno scambio tra coniugi — la successiva diffusione da parte dei media e, infine, la cascata di commenti pubblici che ne è seguita.

Una volta abbattuti i limiti, ciò che nasce come dinamica familiare diventa prima spettacolo (dal latino spectaculum, “ciò che si guarda”, da spectare, “osservare”) e poi oggetto di dibattito collettivo.

Ma se tutto è visibile e ogni gesto compiuto da persone note diventa “ricevibile”, allora l’auspicabile trasparenza cui sono giustamente tenuti i rappresentanti pubblici rischia di degenerare in una forma di voyeurismo sociale.


Trasparenza o voyeurismo collettivo?

Il riserbo rispetto alla propria sfera privata non equivale a omissione, soprattutto quando l’atto in questione non riveste un reale interesse collettivo.
Diverso è, naturalmente, il ruolo dell’autorità giudiziaria, che nei propri confini istituzionali ha il dovere di valutare e indagare.

Questa erosione del limite si traduce, quando non è una scelta consapevole del singolo, in una ricerca identitaria mediata dal racconto costante di sé attraverso ogni forma di comunicazione.

Basti pensare ai più giovani e al loro bisogno visivo d’interconnessione: noi “boomer” abbiamo conservato Facebook, un social ancora fondato sulle parole, mentre le nuove generazioni si sono spostate verso piattaforme costruite quasi esclusivamente sull’immagine.

La comunicazione social limita già di per sé un autentico scambio tra individui: l’essenza della sua fruizione è l’immediato appagamento di contatto, che raramente prevede un reale approfondimento relazionale.

Eliminando anche il limite, produciamo una sorta di mosaico emozionale dove si smarrisce la capacità di restare soli, di custodire ciò che desideriamo mantenere per noi, scegliendo quando e quale porta aprire, quale confine rendere assertivo.
Così facendo, diventiamo oggetto di ogni tipo di proiezione e giudizio altrui, spesso rivolti a quelle aree del Sé che dovrebbero restare protette.


Ritrovare il valore del limite

Riconoscere i confini — nostri e altrui — non significa alzare muri, ma restituire valore al silenzio, alla discrezione e alla zona intermedia di cui abbiamo bisogno per definirci.

Allora mi chiedo, e vi chiedo:
abbiamo forse smarrito il senso del limite, sostituendolo con il bisogno costante di guardare e di essere guardati?

Dimmi la tua. Ti leggo.


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