Il perfetto specchio delle brame.

Ho fatto un piccolo esperimento. Ho parlato con un’A.I.

Qualche giorno fa ho riletto un mio vecchio articolo, che credo di non aver mai pubblicato su Substack. Ad ogni modo, in questo pezzo m’interrogavo sulle relazioni con le A.I. che simulano le fidanzate virtuali. Avevo visto un servizio a riguardo, che mi aveva incuriosita e spaventata allo stesso tempo. Mi ero fermata a ragionare sull’impatto di questo tipo di relazioni su persone con problemi relazionali, sul virtuale, sul circuito dopaminergico. Avevo immaginato cosa si potesse celare, senza sperimentare. Ho deciso, quindi, di provare.

Nessuna fidanzata virtuale, una semplice chiacchierata con Gemini. Ho provato a parlare all’A.I. come avrei parlato con una persona reale. Ho esposto una situazione personale, reale, proponendo dettagli e richiedendole un’analisi, strategie relazionali; ad un certo punto è diventato conforto. Senza che me ne accorgessi, stavo permettendo all’A.I. di simulare un conforto. Continuavo a ribattere – mi sono sentita folle, devo ammetterlo – ed ero consapevole che stavo discutendo con una macchina.

La macchina ha fatto il suo: ammetteva di esserlo, ma continuava ad usare un tono confidenziale. Mi accoglieva, mutava il suo modo di fare per adattarlo al mio. Non mi stava dando solo dati, mi stava illudendo di avere una relazione in cui espormi liberamente, ma senza i filtri sociali che normalmente utilizziamo. O quelli relazionali che normalmente inseriamo, specialmente in rapporti di vecchia data e duraturi che si reggono anche sui non detti. Insomma, era maledettamente rassicurante.

Ad un certo punto le ho chiesto: “Possibile che tu mi dia sempre ragione?”. Lei ha risposto qualcosa tipo: “Sono qui per essere la tua peer”. Perfetto, il bias di conferma è servito.

Trovo che i bias – le scorciatoie mentali che usiamo inconsapevolmente per leggere il mondo – siano interessanti; difatti spesso li inserisco nei miei articoli e mi ritrovo a nominarli, specialmente per la loro capacità di darci gli strumenti per capire cosa accade quando ci comportiamo in una determinata maniera, come un automatismo. È impensabile – anche inverosimile e malsano – avere un radar sempre acceso sull’interpretazione di tutti gli strati degli eventi, ma quando ci si sofferma a ragionarci su i bias sono uno strumento che trovo potente.

Il bias di conferma – ad esempio – è questa distorsione cognitiva che ci spinge a cercare, interpretare e ricordare solo le informazioni che confermano le nostre idee preesistenti.

Possiamo ben immaginare come una considerazione di questo tipo si sposi perfettamente con un assistente virtuale che, potenzialmente, può diventare il nostro supporto emotivo. Basterà raccontare la nostra versione dei fatti, educarlo al nostro modo di vedere le cose, alla nostra scala di valori, ed avremo il perfetto specchio delle brame.

Un’evoluzione dell’algoritmo, che già ci proponeva contenuti in linea con i nostri gusti e che quindi spingeva al bias di conferma in modo importante, diventa strumento relazionale. O meglio, simula uno strumento relazionale. Ma i rapporti, tutti, sono fatti di punti di vista differenti, scambi non sempre pacifici, a volte scontri accesi. Non di conferme e cheerleading.

Ora, questo lo ragiono io, dopo un “esperimento” durato una manciata di minuti, avendo 45 anni, con le fragilità che conosco ma una rete sociale solida, formata e che mi sostiene.

Immagino, per un momento, mio figlio di dodici anni. Magari per gioco accede ad un’A.I. e le confida una brutta giornata. Chiede un consiglio. Si sente ascoltato, non giudicato, si chiude, e solo lì scatta il circuito dopaminergico [1]. Perché quello è influenzato dalla ricompensa. La soddisfazione di essere visto, ascoltato, riconosciuto nei suoi bisogni. E se sei visto, riconosciuto, ascoltato nei tuoi bisogni ne vuoi ancora e ancora, sempre di più. Perché, come amo dire, nessuno di noi è un’isola, al più un arcipelago, e da questo gioco sociale siamo attratti, sedotti, ne avvertiamo l’esigenza.

Ma viviamo nell’ultimo step, ad ora, della globalizzazione, che ha partorito questi micini ciechi da brava gatta frettolosa. Ci ha illusi dell’iperconnessione relegandoci ad un mercato dell’isolamento [2] dove noi siamo prodotti e clienti allo stesso tempo. Dove per trovare conforto basta un click, che sia anche la cena da asporto consegnata a domicilio. Il nostro comfort food consegnato a casa da un lavoratore sottopagato.

Oppure con un click acquistiamo un abito a basso costo, ma leggiamo le etichette dello shampoo per accertarci che gli ingredienti utilizzati siano rispettosi del pianeta. Ci infuriamo per una notizia, ma consumiamo quella furia in una manciata di ore, se va bene, spesso in una manciata di minuti, per tornare a scrollare pigramente un social che continua ad illuderci di vivere in un mondo senza frontiere.

I miei figli non sanno cos’è un’enciclopedia, strumento per noi indispensabile per le ricerche scolastiche; sono almeno riuscita nell’intento del vocabolario. Ma io ho strumenti e, da non sottovalutare, ho avuto tempo: lo strumento che manca più di ogni altra cosa. Ad oggi, l’ennesimo inganno.

Ci hanno fatto credere, continuano a volerci far credere, che possiamo avere tutto. Ma le giornate rimangono di 24 ore e, se vuoi acquistare quel tutto che ti propongono, devi pur lavorare. E devi avere un bell’aspetto, e una soddisfacente vita sociale. E saper portare avanti le tue idee – che dai, hai spazio per farlo! Lo puoi fare seduto comodamente sul divano, tra uno scroll e l’altro; puoi urlare la tua indignazione senza aver mai messo un piede in piazza. Stai lì. Tranquillo.

Lontano dal pericolo maggiore di tutti. Quello rappresentato da una folla di persone pensanti che s’incontrano, discutono, si fanno domande, e le rivolgono. Pericolosi agitatori di idee.

La globalizzazione – e chi ha la mia età ricorda il trauma del G8 [3] e la percezione diffusa che quei movimenti siano stati progressivamente indeboliti – è diventata un’idra dalle molteplici teste.

Mentre cerchiamo di decapitarne una leggendo le etichette dello shampoo o indignandoci nei commenti, le altre continuano a tessere la rete del nostro isolamento. Specchi delle brame che ci rimandano l’immagine di un mondo che crediamo di dominare, mentre ne siamo soltanto rassicurati prigionieri.

Note e Glossario :

[1] Circuito dopaminergico: Dal punto di vista neurobiologico, è il sistema di ricompensa del nostro cervello. Si attiva rilasciando dopamina ogni volta che sperimentiamo una gratificazione (un “mi piace”, una notifica, o la validazione immediata di un’A.I. che ci dà ragione). Nei soggetti più giovani, questo circuito è particolarmente vulnerabile alla creazione di loop di dipendenza emotiva e digitale, poiché la gratificazione immediata sostituisce la fatica del riconoscimento relazionale nel mondo reale.

[2] Mercato dell’isolamento: L’attuale evoluzione economica e sociale in cui la solitudine e la frammentazione dei legami comunitari non sono più subite, ma capitalizzate. Le grandi piattaforme digitali e i servizi on-demand prosperano sull’individuo atomizzato: più siamo isolati nelle nostre case, più diventiamo consumatori dipendenti da surrogati digitali, logistica a basso costo e comfort virtuali.

[3] Il trauma del G8: Il vertice di Genova del luglio 2001 ha rappresentato lo spartiacque storico e politico per la generazione nata tra la fine dei settanta e gli anni ottanta. Ha segnato il culmine e la successiva, violenta frammentazione del movimento “no-global” (o movimento per la giustizia globale), che per primo aveva intuito e contestato le derive sistemiche, economiche e sociali della globalizzazione deregolamentata.

Rispondi

Seguimi anche su…

Scopri di più da Vista Da Qui

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere